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Amministrazione Pubblica, Melendugno, Politica Locale

Realizzare il Programma elettorale

Una sfida per le amministrazioni e per ridare credibilità alla politica

 

(Articolo pubblicato su “Il Salentino” del 2 maggio 2012)

Può il programma elettorale essere veramente considerato la bussola di un’amministrazione? Fino a che punto esso risulta credibile e realizzabile? Come ridare credibilità a questa serie di intenti con i quali un partito, una lista, una nuova amministrazione si presentano davanti ai cittadini?

Un’amministrazione responsabile deve dare risposte a queste domande. Da professionista che affianca le amministrazioni anche per aiutarle a tradurre in azioni concrete piani e programmi, mi sento di voler tracciare delle linee guida utili, lo spero, agli amministratori che inizieranno il loro mandato in seguito alle elezioni di maggio e ai cittadini che giustamente chiederanno che venga rispettato il “patto” siglato mediante il programma elettorale, documento fondamentale di pianificazione per la futura attività amministrativa.

Il programma elettorale (o meglio amministrativo), per acquisire credibilità e trasferire la stessa nell’operato dell’amministrazione, deve contenere intenzioni basate sui reali bisogni della comunità di riferimento. Non necessariamente deve esplicitare in concreto tutti i progetti e le azioni mediante le quali realizzare le intenzioni programmatiche; deve in ogni caso far emergere con chiarezza, diretta o indiretta, gli obiettivi da raggiungere. Infatti, poiché la realtà muta continuamente, una folta schiera di azioni potrebbe restare disattesa (come, del resto, si verifica molto spesso). Chi formula il programma, dunque, dovrebbe avere ben chiare le possibilità entro le quali muoversi, in termini finanziari, normativi, organizzativi. Tali vincoli, spesso considerati ostacoli insormontabili, o peggio giustificazione di paralisi amministrative, devono essere analizzati con consapevolezza nella fase di programmazione, potendo così divenire punto di partenza per decisioni strategiche (che prevedano l’impiego di tutte le leve di management possibili) in grado di permettere il conseguimento degli obiettivi.

Il programma, dunque, dovrebbe essere costruito in seguito ad una ricognizione attenta. I due pilastri devono essere la coerenza con le reali esigenze della comunità e la sostenibilità con riferimento al profilo dell’ente in termini di risorse umane, tecniche, tecnologiche e finanziarie disponibili. I mezzi finanziari risultano particolarmente importanti per due motivi fondamentali: innanzitutto, si tratta di risorse pubbliche; inoltre, i vincoli sempre più stringenti derivanti da blocchi normativi e patto di stabilità sembrano “strozzare” la capacità di reperimento ed impiego delle risorse finanziarie, con la concomitante circostanza della quasi inesistente possibilità di fare debito per finanziare opere pubbliche. La situazione finanziaria più probabile, infatti, nella quale ci si ritrova appena insediati presenta una spesa corrente (quella che riguarda i servizi) bloccata, una spesa per investimenti difficile da gestire e una capacità di indebitamento pressoché nulla a causa dei vincoli del patto di stabilità. Da questi elementi emerge una difficoltà sempre maggiore a ricorrere alla “finanza tradizionale” per finanziare interventi e investimenti pubblici. A tal proposito è necessario acquisire la consapevolezza che solo un fattivo ruolo di governance (si vedano sul tema altri interventi pubblicati su questo periodico e sul mio blog) e la capacità di far ricorso a tutte le leve di management e di finanza (partnership pubblico-private, finanziamenti di enti sovraordinati, ecc.) possono essere la chiave per trasformare i vincoli in opportunità.

In questo contesto occorre comunque mettere in atto il programma amministrativo. Compito della dirigenza pubblica, del management, è quello di declinare (”spacchettare“) il programma in obiettivi strategici, progetti e obiettivi operativi. Costruire, dunque, una mappa strategica che divenga il principale documento per stabilire la tabella di marcia dell’attività amministrativa, compresa l’individuazione delle risorse umane, tecniche e finanziarie per ogni singola attività/progetto. Tale mappa deve basarsi su quattro annualità, non cinque: si deve, infatti, tener conto del semestre di insediamento necessario per programmare ed affinare l’attività e dell’ultimo semestre del mandato, nel quale si deve lasciar spazio ad attività ordinarie e ad una corretta rendicontazione sociale dell’operato (sarebbe auspicabile anche farvi rientrare una rilevazione del grado di soddisfazione dei cittadini, attività oggi messa in atto solo da pochi enti virtuosi). Essa deve, inoltre, raccordarsi con gli strumenti di programmazione tipici dell’attività amministrativa e previsti dalla legge (Bilancio di previsione, Relazione previsionale e programmatica, PEG, ecc.). Nello specifico, poi, si individuano anche le unità responsabili e gli obiettivi operativi che divengono la base per la strutturazione di una serie di indicatori-chiave validi per una successiva fase di valutazione e misurazione del grado di raggiungimento degli obiettivi strategici. E’ un ciclo che si autoalimenta.

In conclusione, per avere credibilità sia nei confronti dei cittadini sia nei confronti della struttura amministrativa dell’ente, la sfera politica deve accettare la sfida della programmazione. Quest’ultima non va certamente mitizzata, poiché è necessario tenere conto delle novità che quotidianamente si presentano, motivo per cui è importante la cosiddetta strategia “emergente”. Per un’agile ed efficace attività amministrativa non si può (e non si deve) programmare tutto, non si può (e non si deve) valutare tutto. Non si può, però, andare avanti soltanto con il sistema del “giorno per giorno“. Infatti, un programma elettorale realizzato per la sua interezza (o quasi) rappresenta la via fondamentale per ridare credibilità alla politica, a quella politica che intende essere la strada per la rappresentazione degli interessi di tutti i cittadini e per la soddisfazione dei loro bisogni reali.

Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Melendugno, Politica Locale

Il GAL Terra d’Otranto e i benefici per l’economia locale

E’ passato un po’ di tempo dal precedente articolo in materia. Oggi torno a parlare dei GAL, in particolare del GAL Terra d’Otranto, realtà nella quale mi onoro di operare. Questa volta, da melendugnese, voglio dare un taglio più locale alla questione, cercando di fare emergere l’impatto del nostro lavoro sull’economia della nostra città.

Premetto: ogni comune del territorio afferente al GAL Terra d’Otranto ha gli stessi benefici, accede alle stesse condizioni, ha ed avrà la stessa ricaduta economica e sociale grazie alle risorse che vengono e che verranno investite. Oggi voglio fornire un quadro della realtà locale rivolgendo lo sguardo sul territorio melendugnese per ovvie ragioni affettive, certo che i lettori cittadini degli altri 23 comuni del territorio-GAL si sentiranno ugualmente soddisfatti, proprio per quanto detto in premessa. Il bello di questi interventi, infatti, sta proprio nel fatto di considerare un territorio sovracomunale nella sua unità e interezza!

Dopo sei mesi di intenso lavoro, posso finalmente dire con viva soddisfazione che Melendugno (ripeto, al pari di tutti gli altri comuni del territorio) vedrà movimentare al suo interno risorse pari a circa 3 milioni di euro! Esse sono destinate a finanziare 20 progetti approvati da realizzare nel territorio melendugnese (alcuni sono già in fase di accredito degli anticipi da parte di AGEA) di riqualificazione, ammodernamento, ristrutturazione, relativi alla nascita di agriturismo, affittacamere, masserie didattiche e fattorie sociali, realizzando l’obiettivo di diversificare l’attività agricola. Inoltre, gli interventi riguardano la realizzazione di spazi aziendali relativi alla produzione e commercializzazione di prodotti artigianali, commercializzazione e promozione dell’offerta di turismo rurale. La maggior parte dei progetti riguarda soggetti del posto.

Tali risorse riguardano contributi derivanti dall’Unione Europea, fondo FEASR, con i quali viene finanziato a fondo perduto il 50% di un progetto. Il restante 50% è a carico del privato. Quindi, dei suddetti circa 3 milioni di euro, la metà è a carico dell’UE e la metà a carico dei privati. Questo comporterà l’ampliamento di imprese già esistenti, l’avvio di nuove attività, quindi nuovi posti di lavoro e tanto lavoro per ditte fornitrici locali dei settori edile, agricolo, impiantistica elettrica ed idraulica, arredamento, generi alimentari, ecc

Non finisce qui, nel senso che tantissimi altri interventi si prevedono nei prossimi mesi e anni. Ad esempio (ripreso dall’articolo precedente): itinerari naturalistici ed enogastronomici (progettati dal GAL con l’attenzione a non sovrapporsi con progetti già in essere), centri di informazione e accoglienza turistica, agenzia turistica, recupero di elementi tipici del patrimonio rurale (come chiese rurali, furnieddri, pajare, frantoi ipogei, ecc.), recupero di strutture rurali da adibire a piccoli musei/centri culturali-documentali, tutela degli olivi secolari, mini interventi di produzione di energia da fonti rinnovabili, servizi di carattere didattico e ricreativo per giovani, altri servizi di utilità sociale per anziani e disabili (pet therapy, horticulture terapy, agroterapia, ippoterapia, ecc.), artigianato tipico (recupero dei vecchi mestieri) e tanto altro.

In conclusione: non sarà la panacea di tutti i mali, non sarà nemmeno la soluzione strutturale ad annosi problemi che riguardano il sistema-Paese a livello globale, non sarà una rivoluzione, tuttavia può essere considerata certamente una boccata d’ossigeno non trascurabile in un momento di forte crisi economica che sta portando sul lastrico numerose famiglie ed imprese, con ripercussioni gravi nel mondo del lavoro. Oltre ovviamente a costituire un’importante leva di sviluppo per il management del territorio, poiché i finanziamenti comunitari restano una delle leve più importanti anche per la finanza locale in un mutato scenario nella gestione degli Enti territoriali.

Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Melendugno, Politica Locale

I Gruppi di Azione Locale e lo sviluppo del territorio: la mia esperienza al GAL Terra d’Otranto

Cari amici, dopo qualche mese di assenza torno a scrivere su questo mio spazio rivolto a tutti voi, ringraziandovi come sempre per la lettura e per tutti i contributi che vorrete dare.

Oggi voglio informarvi su una realtà che è divenuta molto importante nella mia attività quotidiana ma anche per lo sviluppo della nostra terra. Lo sviluppo locale del nostro territorio passa, da un po’ di anni, anche dalle politiche e dalle risorse comunitarie in materia di Sviluppo Rurale.
Così, nelle varie programmazioni che si sono succedute, tali risorse (Fondo FEASR), unite a quelle nazionali, sono state indirizzate alle varie Regioni che ne hanno programmato la spesa tramite il Programma di Sviluppo Rurale (PSR). In questa programmazione, 2007-2013, l’UE e le Regioni hanno fatto tesoro dei punti di debolezza e degli errori del passato.

L’attuale PSR si articola in 4 Assi di intervento, suddivisi in diverse Misure. I primi due sono gestiti a livello centrale dalla Regione, gli altri due sono gestiti tramite degli organismi decentrati, operanti nei diversi territori: i Gruppi di Azione Locale (GAL). Essi sono delle partnership pubblico-private (i soci sono Comuni, Università e Aziende del territorio), di solito nella forma di Società Consortile a Responsabilità Limitata o di Società a Responsabilità Limitata, che hanno il compito principale di fungere da periferia, da organismi di prossimità nei territori per meglio progammarne e realizzarne lo Sviluppo.
In particolare, i GAL programmano e finanziano interventi a valere sulle risorse dell’Asse III del PSR, in base al cosiddetto “approccio LEADER”, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dal basso.

Tali risorse vengono localizzate tramite la redazione ed approvazione per ciascun GAL del Piano di Sviluppo Locale (PSL) che individua le risorse da impiegare nel territorio di competenza, gli obiettivi, le strategie, le misure e le relative azioni.
In Puglia, in questa programmazione 2007-2013, i GAL sono 25. Melendugno, insieme ad altri 23 Comuni, appartiene al GAL Terra d’Otranto (all’interno del quale personalmente svolgo il ruolo di Responsabile di Misura).
Ogni GAL finanzia specifiche Misure (ed azioni) alle quali gli operatori del territorio partecipano tramite i Bandi Pubblici che periodicamente vengono pubblicati. Si tratta di finanziamenti che prevedono solitamente il 50% a fondo perduto.

Attualmente il territorio sta rispondendo bene, certamente nel tempo lo farà sempre meglio. L’interesse e l’obiettivo di un GAL è finanziare quanti più progetti possibile, nessuno vuol far “tornare indietro” risorse comunitarie… perciò siamo quotidianamente al lavoro senza risparmio di energie e di tempo per realizzare questi obiettivi.
E’ un onore per me poter collaborare con professionisti di grande spessore, esperienza e competenza. Tutti noi amiamo davvero la nostra terra e vogliamo dare il nostro contributo; gli operatori del territorio che quotidianamente entrano in contatto con noi possono testimoniarlo certamente.

I bandi pubblicati dal GAL prevedono una procedura definita come “stop and go“. Il bando pubblicato resta aperto per un bimestre (salvo proroghe), poi chiude per un mese (periodo nel quale noi verifichiamo la “ricevibilità” delle domande, vale a dire una corrispondenza formale con le richieste del bando, e la Commissione Tecnica di Valutazione stila una graduatoria dei punteggi in base alla griglia presente nel bando fino al monte complessivo di risorse). Al termine di questo mese, qualora residuassero risorse (ad esempio perché sono pervenute meno domande rispetto al monte risorse disponibile oppure perché qualcuna è stata dichiarata “irricevibile”) il bando si riapre automaticamente (contemporaneamente parte la fase di istruttoria tecnico-amministrativa per le domande del bimestre in graduatoria).
Al termine dell’istruttoria i progetti con esito favorevole sono ammessi a finanziamento e, se tutto va bene, nel giro di qualche settimana i beneficiari possono già fare richiesta di anticipo di pagamento per una percentuale.
Così, il bando si chiude e si riapre fino all’auspicabile esaurimento delle risorse previste per quell’azione!

Vi dico fin da subito che in ogni caso c’è un’attenzione scrupolosa affinché tutti i progetti conservino la compatibilità con la propria natura. Tutto questo è un impegno per tutti noi oltre che un dovere (ci sono delle apposite prescrizioni nei bandi e certificazioni o perizie da allegare ai progetti). Anche perché tutto sarà oggetto di controlli in loco oltre che di controlli successivi (vi posso garantire che si tratta di controlli minuziosi da parte delle Autorità Regionali, Nazionali e Comunitarie).

Perciò, l’attenzione alla qualità, alle esigenze reali del territorio e ad una corretta gestione della spesa, sono i punti cardine del nostro operare. Posso sin da ora affermare che sono molto soddisfatto per il lavoro fin qui svolto e che ci apprestiamo a svolgere nei prossimi mesi ed anni.
Nella prima istruttoria, conclusa a fine settembre, le risorse pubbliche destinate ai progetti finanziati (20 progetti per 19 aziende) sono pari a circa 1 milione e mezzo di euro, per investimenti complessivi pari a circa 3 milioni di euro. Si tratta di investimenti nell’intero territorio del GAL mirati alla diversificazione dell’attività dell’azienda agricola, in particolare nell’agriturismo e nella commercializzazione di prodotti agricoli e artigianali.
Tutto questo si traduce in un buon indotto che si crea per tutti i lavori che saranno effettuati e per i nuovi posti di lavoro che si creeranno.

Si procederà nei prossimi mesi a finanziare progetti di affittacamere, itinerari naturalistici ed enogastronomici (progettati dal GAL con l’attenzione a non sovrapporsi con progetti già in essere), centri di informazione e accoglienza turistica, agenzia turistica, recupero di elementi tipici del patrimonio rurale (come chiese rurali, furnieddri, pajare, frantoi ipogei, ecc.), recupero di strutture rurali da adibire a piccoli musei/centri culturali-documentali, tutela degli olivi secolari, mini interventi di produzione di energia da fonti rinnovabili, servizi di carattere didattico e ricreativo per giovani, altri servizi di utilità sociale per anziani e disabili (pet therapy, horticulture terapy, agroterapia, ippoterapia, ecc.), artigianato tipico (recupero dei vecchi mestieri) e tanto altro.

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Informazione

Servizi Pubblici Locali, nucleare, legittimo impedimento. Perché votare SI ai Referendum

Cari amici, ben trovati. Mi scuso in anticipo per la lunghezza! Personalmente non credo che sia sufficiente prendere posizione, ma è necessario che essa sia supportata da una riflessione consapevole e da motivazioni chiare. Vi comunico le mie relativamente ai miei SI ai Referendum del 12 e 13 giugno.
Ritengo opportuno fare una premessa. La mia posizione favorevole all’abrogazione delle norme oggetto di Referendum non significa nel modo più assoluto che mi piaccia la situazione precedente. Non credo si possa essere conservatori di una situazione che, è il caso di dire, “fa acqua da tutte le parti”. E mi riferisco sia al discorso della gestione dei Servizi Pubblici Locali (dei quali il servizio idrico è solo una parte), sia alla questione energetica.
I Servizi Pubblici Locali sono stati spesso oggetto di tentativi di riforma nel senso di una maggiore liberalizzazione. Nel tempo, infatti, a partire dalle “municipalizzate” fino alle società di stampo privatistico ma di proprietà pubblica, qualità, efficienza ed efficacia del servizio offerto alla collettività sono state in molti casi soppiantate da performance ampiamente negative (sulla questione delle società partecipate potete leggere un articolo da me scritto un po’ di tempo fa cliccando qui). Dato il quadro, l’UE ha invitato negli anni i nostri Governi ad operare opportune politiche di “liberalizzazione” nel settore. Già negli anni Novanta sono state approvate leggi importanti in questo senso. Ultimamente anche il ministro Lanzillotta (Governo Prodi) aveva proposto un disegno di legge che avrebbe limitato fortemente l’intervento pubblico nella gestione dei Servizi Pubblici Locali.
Qui subentra una delle grandi questioni del management pubblico, della concezione dell’economia pubblica: come organizzare la migliore risposta a bisogni pubblici. Mediante beni e servizi pubblici gestiti dal pubblico? Mediante beni privati ma con finalità pubbliche? Oppure mediante beni pubblici ma gestiti dal privato? Vi sono diversità di punti di vista. Tenendo saldo l’obiettivo di migliorare la qualità del servizio e l’equità della sua fruizione, nonché delle tariffe, io credo che la via migliore sia una “giusta” liberalizzazione. Ciò significa permettere agli enti locali di scegliere quale sia la via migliore, in base a determinati parametri, per l’organizzazione della risposta ai bisogni pubblici. Libertà di scelta, quindi. Ad esempio, se un Comune è virtuoso e ritiene di poter organizzare una risposta di tipo “pubblico” a un bisogno pubblico, lo deve poter fare. Così, se la via migliore è affidare in appalto ad operatori privati la gestione di un servizio, lo deve poter fare. E in parte i provvedimenti susseguitisi nel tempo, comprese parti delle norme oggetto di referendum al quesito N. 1, sono andati in questa direzione.
Fatta questa lunga premessa, occorre precisare dunque che il quesito N.1 si riferisce a leggi che riguardano tanti Servizi Pubblici Locali dei quali il servizio idrico è parte. Però, poiché l’obiettivo è cancellare questi provvedimenti con esclusivo riferimento all’acqua, al servizio idrico, si deve passare obbligatoriamente dall’abrogazione dell’intero impianto legislativo, per poi far tornare il Parlamento a legiferare sulla materia (escludendo il servizio idrico) relativamente a tutti gli altri Servizi Pubblici Locali nella direzione di una giusta liberalizzazione.
A mio avviso, il SI al quesito N.1 è giusto in quanto tutto ciò che ho scritto sopra non può essere riferito all’acqua. Ritengo l’acqua l’unico bene pubblico la cui gestione dovrà restare per sempre di esclusiva prerogativa del pubblico. Tuttavia la situazione attuale non è confortante. Le reti idriche perdono, nel percorso che va dalla fonte ai nostri rubinetti, mediamente più del 50% dell’acqua che trasportano. Credo, però, che il pubblico sia l’unico soggetto che possa effettuare i dovuti investimenti (che vanno effettuati con urgenza) senza caricarne l’onere, in modo eccessivo e poco equo, sulle tariffe pagate dagli utenti. Solo il pubblico può, con una buona gestione, tenere effettivamente sotto controllo il livello tariffario. Tutto questo non giustifica, però, la gestione scriteriata e disastrosa a cui spesso abbiamo assistito e non solleva gli enti dalla necessità di investire per migliorare questo servizio di primaria importanza.
Il SI al quesito N.2 è direttamente conseguente al primo. Il Parlamento dovrà escludere l’acqua dall’obbligo di una percentuale minima di remunerazione del capitale investito dal privato mediante tariffe. In realtà, laddove si consente l’ingresso del privato nella gestione di un servizio, la remunerazione del capitale investito è una naturale conseguenza. Non si può impedire a un imprenditore di conseguire remunerazione rispetto ai propri investimenti. Perciò, questo principio cade in quanto cade la questione relativa al quesito N.1.
Sul nucleare, poco da dire… Nel momento in cui Paesi come la Germania e la Svizzera, che da decenni scommettono sul nucleare, decidono di avviare il processo di smantellamento delle attuali centrali, sembra davvero fuori da ogni logica puntare su una tecnologia che, oltre a non risolvere minimamente il problema energetico, risulta vecchia (soprattutto in termini di produzione di scorie radioattive, che dovranno essere stoccate per sempre in qualche luogo del nostro territorio) e potenzialmente catastrofica. Il SI al quesito N.3 è un NO netto a questo nucleare, ma anche qui non per fare i conservatori di una situazione che, comunque, necessita di interventi decisivi. Un piano nazionale sull’energia dovrà giustamente prevedere un congruo mix delle varie fonti (sempre meno fossili). Credo che vada previsto uno sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili (uffici pubblici, ospedali, scuole, università, impianti sportivi, abitazioni private), tenendo conto di un maggior rispetto per il territorio. In più si dovrebbe puntare in questo momento sulla ricerca per un nucleare diverso (penso alla “fusione”, ai filoni di ricerca del Nobel Prof. Carlo Rubbia, che è dovuto scappare in Spagna per proseguire il suo lavoro!), che possa anche eliminare il problema dei problemi: le scorie (si parla di una possibilità di bruciare le scorie all’interno dello stesso processo). Se non sarà possibile, il nucleare come oggi lo conosciamo non dovrà essere preso mai più in considerazione.
Infine, le motivazioni legate al SI al quesito N. 4 sul “legittimo impedimento”. Questa legge (sulla quale è già intervenuta la Corte Costituzionale), in realtà, cesserà presto di produrre effetti. Nonostante ciò, è a mio avviso importante far comprendere come in nessun caso si possa agire per costruire leggi ad personam, soprattutto in materia di giustizia. Questa circostanza si è resa ancora più evidente quando è stata prevista l’estensione della protezione ai Ministri. Poi si può avviare una discussione serena su alcuni punti, ma sgomberando il campo dal dubbio che si tratti di provvedimenti costruiti per casi specifici. Buon voto!!!

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Informazione

La Rete è l’unica possibilità per la riuscita dei Referendum 2011

L’occasione dei Referendum del 12 e 13 giugno 2011 assume oggi un’importanza notevole. Lo strumento del Referendum abrogativo (previsto dalla Costituzione, art. 75, come possibilità data al corpo elettorale di abrogare, eliminare, una legge o un atto avente forza di legge per quasi tutte le materie), infatti, rappresenta uno degli strumenti più importanti di democrazia diretta. Tuttavia, perché esso sia valido, è necessario che si raggiunga un minimo di voti espressamente previsto: il cosiddetto “quorum”. Si tratta della maggioranza assoluta degli aventi diritto (50%+1). E’ evidente come il raggiungimento del quorum non sia cosa semplice. Un po’ per lo scarso interesse che il Referendum in genere suscita in determinate fasce di elettorato; un po’ perché, paradossalmente, nel nostro Paese è presente un “movimento silenzioso” che rema contro, che cerca in tutti i modi di evitare il dibattito, che ha l’obiettivo di mettere tutto “sotto coperta” in modo tale da non far raggiungere il quorum che validerebbe il Referendum.
Come tanti altri, anche questo è un assurdo paradosso del nostro Paese. Si preferisce lo spreco di risorse pubbliche a un momento che dovrebbe rappresentare una bellissima pagina di democrazia.
Ma da chi è rappresentato questo “movimento silenzioso” della disinformazione? Semplice, dal fronte del NO (vi ricordo che nel Referendum abrogativo il SI equivale alla volontà di abrogare).
Non sarebbe più opportuno, per essi, informare e sostenere le ragioni del NO? Altrettanto semplice, assolutamente no. E’ molto più comodo e “vigliacco” sfruttare la tendenza dell’astensione (già presente in grande misura) per poi sostenere una vittoria che, in realtà, non è tale.
Ormai sembra fiato sprecato, ma tutti dovremmo chiedere a gran voce che si parli di questi Referendum e che il fronte del NO (che dovrebbe essere rappresentato in prima istanza dalla maggioranza parlamentare che ha approvato le leggi e i decreti oggetto di Referendum) abbia il coraggio di uscire allo scoperto e sostenere le proprie ragioni, dando anche al fronte del SI la possibilità di opporre le proprie. Ma si sa, il timore di una sconfitta che assumerebbe il carattere politico è enorme!!!
In definitiva, cari amici, spetta a ciascuno di noi, grazie alla Rete, ai Social Network, ai Blog, ecc, questo dovere morale e civico di diffondere l’informazione e sostenere una linea, poiché i “potenti” non lo faranno. E la Rete ha dimostrato di essere quel luogo straordinario dove i ruoli e il potere, spesso, possono essere invertiti!
Ora, sinteticamente, fornisco un’informazione sui prossimi Referendum. Come detto si vota nelle giornate del 12 (dalle 8 alle 22) e 13 (dalle 7 alle 15) giugno prossimi.

Referendum popolare N.1
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato l’art. 23 bis (Ser­vizi pub­blici lo­cali di ri­le­vanza eco­no­mica) del de­creto legge 25 giu­gno 2008 n.112 “Di­spo­si­zioni ur­genti per lo svi­luppo eco­no­mico, la sempli­fi­ca­zione, la com­pe­ti­ti­vità, la sta­bi­liz­za­zione della fi­nanza pub­blica e la pe­re­qua­zione tributa­ria” con­ver­tito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 6 ago­sto 2008, n.133, come mo­di­fi­cato dall’art.30, comma 26 della legge 23 lu­glio 2009, n.99 re­cante “Di­spo­si­zioni per lo svi­luppo e l’internazionalizzazione delle im­prese, non­ché in ma­te­ria di ener­gia” e dall’art.15 del de­creto legge 25 set­tem­bre 2009, n.135, re­cante “Di­spo­si­zioni ur­genti per l’attuazione di ob­bli­ghi comunitari e per l’esecuzione di sen­tenze della corte di giu­sti­zia della Co­mu­nità eu­ro­pea” convertito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 20 no­vem­bre 2009, n.166, nel te­sto ri­sul­tante a se­guito della sen­tenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?”.
La normativa in oggetto prevede che la gestione del servizio idrico (non il bene “acqua”, che resterà sempre un bene pubblico! Perciò è tecnicamente scorretto utilizzare slogan del tipo “per l’acqua pubblica”) venga affidata a soggetti privati attraverso gara o a società a capitale misto pubblico-privato, dove il privato venga scelto attraverso gara e detenga almeno il 40% del capitale.

Referendum popolare N.2
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato il comma 1, dell’art. 154 (Ta­riffa del ser­vi­zio idrico integrato) del De­creto Le­gi­sla­tivo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in ma­te­ria am­bien­tale”, limitata­mente alla se­guente parte: “dell’adeguatezza della re­mu­ne­ra­zione del ca­pi­tale investito”?”.
Il se­condo que­sito ri­guarda la de­ter­mi­na­zione della ta­riffa del ser­vi­zio idrico in­te­grato in base all’adeguata re­mu­ne­ra­zione del ca­pi­tale in­ve­stito, con la naturale applicazione di un congruo margine di profitto. Naturlamente i primi due quesiti (così come le normative alle quali si riferiscono) vanno considerati come strettamente connessi.

Referendum popolare N.3
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato il decreto-legge 25 giu­gno 2008, n. 112, con­ver­tito con modifi­ca­zioni, dalla legge 6 ago­sto 2008, n. 133, nel te­sto ri­sul­tante per ef­fetto di mo­di­fi­ca­zioni ed in­te­gra­zioni suc­ces­sive, re­cante Di­spo­si­zioni ur­genti per lo svi­luppo eco­no­mico, la sem­pli­fi­ca­zione, la com­pe­ti­ti­vità, la sta­bi­liz­za­zione della fi­nanza pub­blica e la pe­re­qua­zione tri­bu­ta­ria, limitatamente alle se­guenti parti: art. 7, comma 1, let­tera d: rea­liz­za­zione nel ter­ri­to­rio na­zio­nale di im­pianti di pro­du­zione di ener­gia nucleare?”.
Questa è la norma che prevede la realizzazione di centrali nucleari nel nostro Paese.

Referendum popolare N.4
Quesito: “Vo­lete voi che siano abro­gati l’articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 non­chè l’articolo 1 della legge 7 aprile 2010 nu­mero 51 re­cante “di­spo­si­zioni in ma­te­ria di im­pe­di­mento a com­pa­rire in udienza?”.
Tale quesito è relativo al cosiddetto “legittimo impedimento”, cioè una forma di protezione speciale per il Presidente del Consiglio dei Ministri e per i Ministri che possono assentarsi dalle udienze giustificando l’assenza con gli impegni istituzionali.

Personalmente, dichiaro pubblicamente che voterò e voterò quattro SI. In un prossimo articolo spiegherò in modo dettagliato le mie motivazioni.

Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Politica Locale

Quando amministrare è collaborare

Vi sono molte situazioni nelle quali l’amministrazione e gestione dell’ente o di un territorio richiedono uno sguardo più ampio del solito.
Sempre più spesso, soprattutto negli ultimi anni nei quali nell’amministrazione il ruolo di “governance” ha sopravanzato quello di “government“, molte situazioni che in apparenza sembrano competitive (e in realtà lo sono), per portare ad un risultato migliore, dovrebbero essere affrontate in base ad un approccio collaborativo (o semi-collaborativo).
Vi sono situazioni, dunque, nelle quali amministrare è collaborare. Quali?

Partiamo dall’inquadrare cosa significhi avere un ruolo di governance. Se nei decenni passati il ruolo dell’amministrazione pubblica era visto essenzialmente dal punto di vista burocratico, del sistema delle regole imposte e fatte applicare, del sistema dei poteri che regola la vita di una comunità (ruolo di government), da un po’ di tempo a questa parte le cose sono cambiate a ritmi sostenuti.

La sempre maggiore necessità di programmare a livello sovracomunale, sovraprovinciale, sovraterritoriale in genere, ha comportato la necessità di aprirsi a realtà più ampie rispetto a quella amministrata. E’ qui che oggi si gioca la vera sfida a livello politico e gestionale. Avere un ruolo di governance parte dalla consapevolezza che l’amministrare coinvolga una pluralità di soggetti e interessi distinti che apparentemente sembrano confliggere ma che possono portare ad un risultato utile per tutti se si è in grado di ben rappresentarli e condurli verso obiettivi per quanto possibile condivisi. Oggi si parla molto di “reti“. Infatti negli ultimi anni si è assistito alla nascita di numerosi sistemi e reti territoriali per programmare e gestire risorse pubbliche e servizi: GAL (Gruppi di Azione Locale), ambiti territoriali, aree vaste, sistemi turistici, e così via.

In questi sistemi, il vero leader è colui che fa governance. In queste reti, le classi dirigenti devono comprendere e sviluppare la vera mission del proprio ente (che è, appunto, riconducibile al “posizionamento” dell’ente rispetto ad una realtà allargata e costituita da una pluralità di soggetti ed interessi). Ci si trova certamente in una situazione competitiva, dove tutti cercano il miglior risultato possibile per se stessi, ma chi ottiene un risultato maggiore non è colui il quale immagina già di andare al muro contro muro; bensì chi (e sono pochi!) riuscirà a comprendere che nell’amministrazione dei territori, come in altre situazioni, esiste un corso degli eventi. Vi sono eventi passati, vi è la situazione presente, vi saranno eventi futuri. Il muro contro muro potrebbe produrre il risultato che non si ottenga un granché oggi ma che non si ottenga nemmeno domani!

Esistono tecniche, esistono strategie, esistono modelli, tutti strumenti da applicare. Ma la vera chiave è l’approccio, è lo stile di direzione, la capacità di fare network. Queste caratteristiche spesso sono innate in determinate persone e certamente possono essere meglio apprese e sviluppate con l’esperienza e con l’umiltà di “mettersi in ascolto e in gioco”. In ogni caso, rientrano nella più ampia “scatola degli attrezzi” tecnici, professionali, ma soprattutto umani e caratteriali, sempre più necessaria a chi si occupa di rappresentare al meglio l’interesse pubblico e di mettere il cittadino al centro delle proprie azioni.

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