La mia esperienza a L’Aquila [di Leandro Candido]

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[Ricevo e pubblico un articolo da parte di Leandro Candido. Amico, nostro concittadino, laureato in Ingegneria e brillante studente dell’Alta Scuola Politecnica – Milano. Ci racconta la sua esperienza a L’Aquila con un articolo ricco di particolari tecnici ed umani…]

Carissimi amici,
penso sia un gesto carino condividere con tutti voi la mia esperienza a L’Aquila dopo il tragico evento sismico dello scorso 6 Aprile. Per tale motivo ho deciso di scrivere e di mettervi a disposizione la presentazione che ho esposto ai miei colleghi del corso di Costruzioni in zona sismica. Ringrazio vivamente Carlo per la generosità con cui presta il suo spazio all’uso pubblico.

Tutto è cominciato con la speciale opportunità di intraprendere un lavoro di tesi nell’ambito di un progetto di ricerca sul comportamento di elementi strutturali sottoposti a carichi sismici in cui è coinvolto il noto Prof. Spacone, che insegna all’Università di Pescara. Grazie a lui, ho avuto la possibilità di visitare L’Aquila due volte nell’arco di un mese a pochissimi giorni di distanza dal terremoto.

In particolare, il 16 Aprile ho preso parte alle operazioni di verifica dell’agibilità antisismica degli edifici siti in Assergi, piccola frazione di L’Aquila distante 4 km, mentre il 24 Aprile mi sono unito ad una squadra di esplorazione di ingegneri che quasi in modo piratesco è andata per le vie di L’Aquila (ma non in centro, blindatissimo!) a caccia di strutture danneggiate che potessero essere di interesse didattico e scientifico.

Qui ho potuto osservare tipologie costruttive del tutto differenti.
Ad esempio ho visto abitazioni dei centri storici di antica origine, dove praticamente le case erano appoggiate una all’altra e dove si è verificata la maggiore distruzione. Per darvi un’idea, pensate che queste case avevano delle “tegole” fermate da massi e pietre posizionate al di sopra di esse, e che le scosse hanno catapultato per strada. Nei centri storici ho visto anche molte case costruite tra i primi del novecento e gli anni ’40, in cui lo schema era quello classico a volte, esattamente come quelle delle case dei nostri nonni a Melendugno. Bene, la maggior parte di queste volte non avevano “catene” orizzontali che servono principalmente a contenere la spinta che la pesante volta stessa impone ai muri cui si poggia. Inoltre le volte lavorano molto bene se compresse, ma il sisma, nel suo caratteristico scuotimento in tutte le direzioni, inverte le forze all’interno delle strutture causando la rottura e spesso il collasso delle stesse. Essendo inoltre i materiali antichi, si capisce come queste strutture siano crollate molto presto e come in questi casi solo la provvidenza ha potuto scegliere quali abitazioni salvare. Lo stesso tipo di comportamento è stato dimostrato dagli edifici costruiti in muratura “a sacco”, cioè gettando senza regola pietre e malta cementizia dentro delle casseforme che danno la forma desiderata agli elementi.

Niente a che fare con le case in muratura di recente costruzione. Ho visto infatti, una tipologia di costruzione che ha retto magnificamente agli attacchi del sisma. Si tratta di edifici costruiti con blocchetti pieni di calcestruzzo (per intendersi, come i mattoni che vediamo nelle case in costruzione nella nostra zona, ma completamente pieni). Queste strutture, non più alte di tre piani, non hanno avuto danni per due motivi essenziali. In primo luogo le forze sono state uniformemente distribuite lungo tutta la struttura, e in secondo luogo erano state costruite dai proprietari stessi, che ci avevano messo molta attenzione ed esperienza, e che non si erano di certo risparmiati nell’uso dei materiali. Queste strutture sono state decisamente più efficaci confrontate ad altre equivalenti costruite con telai in calcestruzzo armato.

Venendo a queste ultime, si tratta delle costruzioni di maggiore interesse scientifico perché costruite in tempi più recenti e in accordo ai criteri normativi che si sono succeduti dal dopoguerra. Qui si possono distinguere nettamente due categorie: le strutture pre-1984 e quelle post. Le prime infatti, sono state costruite in totale assenza di criteri normativi attenti agli aspetti sismici, in quanto la conoscenza dei fenomeni era limitata e la sensibilità e l’approccio a tali eventi erano significativamente meno razionali e razionalizzati. In questo caso quindi, non si può parlare di negligenza o imperizia da parte dei progettisti di quegli edifici che sono crollati o almeno parzialmente collassati. Diverso è, invece, il caso delle costruzioni post-1984. Infatti, il terremoto dell’Irpinia scosse l’opinione pubblica e spinse i centri universitari e i governi verso l’adozione di criteri che aprissero alla prevenzione degli eventi sismici, iniziando con una prima classificazione e mappatura del territorio italiano. Le strutture post-1984, e quindi piuttosto recenti, non sarebbero dovute collassare, ma subire tutta una serie di danni, che sono assolutamente nelle regole del gioco. La tipica rottura a croce che si verifica sui muri, la caduta degli stessi e il danneggiamento di tutti quegli elementi che non hanno la funzione di reggere la struttura è consentita, sebbene sia comunque alto il rischio che qualcuno possa essere colpito. Lo scopo dell’ “ossatura” di un edificio in caso di evento sismico non è altro che quello di evitare il collasso. Anche spostamenti e deformazioni sono leciti purchè la fuga sia garantita e purchè non vi sia il crollo!

Eventi tragici come questi mostrano come l’esigenza della sicurezza dei cittadini porga una priorità ai governi, nella direzione dell’adozione dei pacchetti normativi più recenti e che sono in grado di essere continuamente aggiornati. In Italia, purtroppo, si assiste alla tendenza inversa, cioè a rimandare l’entrata in vigore e l’adozione degli Eurocodici, che sono la norma di riferimento a livello europeo e di cui solo parte è contemplata nelle nuove Norme Tecniche per le Costruzioni (del 2008 ma non ancora cogenti). Nei comuni in zona 4, quelli a minor rischio, come Melendugno, è ancora consentito progettare con il criterio delle Tensioni Ammissibili che appartengono alla scuola tradizionale di progettazione ma che è stata ampiamente superata in tutti gli stati europei. Si registra una forte resistenza da parte della categoria dei Professionisti ad evolvere verso i nuovi criteri.

Termino questa prima parte di analisi osservando che la responsabilità principale dei crolli delle strutture recenti è imputabile in alcuni casi ad errori progettuali e in altri alle imprese esecutrici che spesso hanno speculato sui “dettagli costruttivi” cercando di risparmiare sui ferri e di allungare con acqua il cemento, contravvenendo alle prescrizioni progettuali e confidando sul fatto che ad opera fatta solo l’involucro è visibile. Nella presentazione che vi allego e che manca delle animazioni, potrete scendere nel dettaglio delle problematiche citate. Non abbiate paura, sono principalmente immagini.

Vorrei ora abbandonare gli aspetti tecnici e raccontare quelli umani, per condividere con voi quali siano state le sensazioni vissute sul posto. Il giorno della verifica di agibilità ho incontrato le popolazioni locali presso le tendopoli, dove erano stati allestiti i centri di organizzazione della Protezione Civile e dove la gente viveva collettivamente il momento tragico lasciando che l’unione li rafforzasse nella loro identità. La gente è stata molto calda e in ogni momento traspariva la loro capacità di essere ospitali e la loro richiesta di conforto. Se la PC ci chiedeva di verificare l’agibilità degli edifici la gente ci chiedeva quanto sarebbe durato ancora. A molte case abbiamo assegnato un’agibilità completa con effetto immediato di rientro perché erano praticamente illese. Bene, i proprietari ci hanno confessato che non sarebbero tornati a dormire perché avevano troppa paura e che avrebbero trascorso le nottate in macchina in cui si sentivano più sicuri. Alla domanda, “quanto pensa sia durato?” la risposta più frequente è stata “2-3 minuti, anche più!”. Si è trattato invece di soli 20 secondi. Di fatto, la combinazione del moto ondulatorio con quello sussultorio è stata micidiale per chi l’ha vissuta e questo da solo giustifica il trauma che ha colpito la gente. Anche i più forti hanno ceduto, perché il fatto che la terra sia ferma sotto nostri piedi è una convinzione ancestrale e inconscia prima che razionale.

Altro aspetto importante è quello della Solidarietà. Questa è arrivata a tutti i livelli e immediatamente. Nei giorni successivi al sisma le strade principali sono rimaste chiuse per controlli. Bene, le uniche vie accessibili erano quelle secondarie di collegamento tra i paesi. La gente delle città vicine ha raccontato come raggiungere L’Aquila è stato impossibile nei giorni immediatamente successivi al primo, perché le strade erano completamente intasate dai camion di primo soccorso e di primo ristoro che arrivavano spontaneamente da tutta Italia. Anche gli ingegneri che si sono occupati dell’agibilità antisismica delle strutture meritano un particolare ringraziamento, perché a titolo completamente volontario e gratuito, hanno lasciato i propri lavori per prestare la loro opera professionale al fine di consentire alla gente di rientrare al più presto nelle proprie case lì dove possibile.

Anche se ci sarebbe molto ancora da raccontare, soprattutto di storie tristi, intendo affrontare un ultimo aspetto. Si tratta di un prodotto secondario ma non trascurabile della vita in tendopoli. Posso testimoniare personalmente e quindi confermare il servizio televisivo delle Iene, che raccontava di come nella tragedia collettiva e nella necessità si sia rafforzato il tessuto sociale abruzzese e in particolare dell’aquilano. La vita nelle tende, spesso condivise tra vicini di casa, e la possibilità di partecipare attivamente al lavoro necessario a portare avanti le tendopoli stesse ha costituito un elemento di arricchimento personale e collettivo. Gli anziani e i bambini si sono allontanati dalle tv e i ragazzi hanno abbandonato face book e i prodotti della tecnologia per assaporare il gusto della vita tradizionale della famiglia allargata tipica del mezzogiorno italiano. La gente pur avendo perso tutto, si è sentita confortata dall’abbraccio della solidarietà e dal sentimento di rivincita e sfida per il futuro. E’ stato bello per me, dopo una giornata intensa, consumare un pasto insieme a questa gente e provare la tipica “colazione di pasqua”, un mix dolce-salato di pane arricchito con uvette e un saporitissimo salame abruzzese.

So di essermi appropriato di una buona fetta del vostro tempo, ma spero di averlo reso un momento interessante e, almeno in parte, di avervelo fatto vivere con me. Rimango a disposizione di tutti per eventuali approfondimenti, materiale e confronti.

Leandro Candido

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