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Economia e Sviluppo

Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri

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Rielaborazione da: “Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri”.

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 10/07/2009]

 

In questo momento l’economia mondiale attraversa ancora una fase di difficoltà notevole. Oramai si ascoltano quotidianamente pareri discordanti circa la possibile ripresa economica. C’è chi parla di fine 2009, c’è chi dice che bisogna attendere la metà del 2010, c’è anche chi sostiene che bisognerà attendere ancora più a lungo. La verità, come ho già detto in precedenti interventi, è che risulta davvero difficile poter fare delle ipotesi precise, stante la complessità che oggi il sistema economico e finanziario globale presenta, per la numerosità dei fattori che lo condizionano, rispetto a qualche decennio fa. Più volte ho sottolineato la necessità che i Governi prendano in maggiore considerazione il problema del debito pubblico elevato, per quanto concerne la finanza pubblica, e l’opportunità che viene dalla maggiore inclusione dei Paesi emergenti e in via di sviluppo per quel che riguarda, invece, le prospettive per una ripresa duratura e per un mercato più ricco e più equo. Certamente, dal G8 si attendono risposte su molti fronti [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8].
Consideriamo, infatti, l’ipotesi che sempre maggiori fette di popolazione dei continenti poveri, ad esempio l’Africa, riescano ad acquisire una posizione attiva di operatori nel mercato internazionale. Sia dal lato dei produttori, sia dal lato dei consumatori. Eccola lì, l’opportunità: già questa ipotesi significa che grandi investimenti sono stati operati nella costruzione di infrastrutture, nella costituzione di nuove imprese locali o nella internazionalizzazione di imprese già esistenti. Inoltre, maggior benessere di tali nuovi consumatori porta maggiori acquisti di servizi e prodotti di qualità, proprio quelli che caratterizzano (e sarà così in modo sempre maggiore) i Paesi più sviluppati. E quindi un sostegno indiretto all’economia, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro (o riconvertire gli esistenti), in tali sistemi economici. Oltre al dato, ovviamente, di aver creato benessere per un sempre maggior numero di abitanti del pianeta che, finora, sono stati vittime di sottosviluppo e povertà.
Eccola, l’opportunità, anche per arginare il fenomeno dell’emigrazione massiccia causata da povertà.
Già notevoli passi in avanti sono stati fatti negli ultimi dieci anni. Però, ne sono fortemente convinto, più si agirà verso questa direzione più rapido sarà il consolidamento del sistema di produzione e scambio di beni e servizi a livello mondiale, più solida sarà la finanza (che può tornare ad essere in larga misura stretta compagna dell’economia reale, anche mediante nuove forme di credito).
Nel frattempo, guardando alla situazione del nostro Paese, il Governo italiano ha approvato una serie di misure “anti-crisi”. Certamente non possono essere considerate un forte incentivo alla ripresa economica e finanziaria che, come detto, ha bisogno di politiche internazionali e di respiro molto più ampio. Tuttavia, misure quali la detassazione (defiscalizzazione al 50%) degli utili reinvestiti in acquisto di macchinari industriali, il bonus (integrazione salariale) per i datori che non licenziano dipendenti o per i lavoratori in Cassa Integrazione e mobilità che avviano un lavoro autonomo, la riduzione del costo del gas (in base ai tassi di utilizzo), l’aumento notevole dei rimborsi sulle obbligazioni Alitalia, il prolungamento del termine di esecuzione degli sfratti (al 31 dicembre 2009), l’abolizione del ticket sulla medicina specialistica, l’aumento della velocità dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni (responsabilizzando maggiormente gli Enti), possono rappresentare un buon sostegno per famiglie e imprese. Anche se, ovviamente, non esaustivo e non strutturale. Soprattutto nel Mezzogiorno.
Dunque le attese sulle scelte che in questi giorni [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8] assumeranno i grandi del mondo sono elevate, considerati anche i dati recenti sui grandi aggregati dell’economia e della finanza pubblica del nostro Paese. Aumento record del debito pubblico, del rapporto deficit/PIL (ovvio, dato che il deficit aumenta e il PIL diminuisce notevolmente), calo delle entrate fiscali, aumento della disoccupazione, sono da considerarsi quasi come conseguenze scontate in periodi di crisi. Però non vanno assolutamente sottovalutate.
Un’economia “civile”, che rimetta al centro la persona con le sue relazioni, un maggior coinvolgimento dei Paesi emergenti nelle decisioni, maggiori investimenti per lo sviluppo dei Paesi poveri, nuove regole per una finanza legata in modo sempre minore a operazioni basate su valori e parametri inesistenti, maggior attenzione al debito pubblico, attenzione alla riconversione verso settori basati sull’immaterialità (servizi) nei Paesi più sviluppati, sono solo alcune ma, a mio avviso, abbastanza significative, vie per cercare di rimettere in moto un sistema che ha bisogno di ripartire presto e di consolidarsi.

Economia e Sviluppo, Sociale

Più soldi in tasca ai lavoratori!

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Oltre alle misure sul sistema finanziario globale che auspicavo nei precedenti articoli, oltre ai vostri suggerimenti preziosi, credo davvero che sia necessario, in questo momento storico caratterizzato da una difficoltà economica notevole (difficoltà che si ripercuote sulla fiducia e sulla speranza nel futuro), considerare un dato. L’attuale crisi non può far andare in secondo piano l’evidenza sul fatto che moltissimi lavoratori già avvertono da tempo difficoltà a sostenere l’aumento del costo della vita.

Tutta quella fascia di lavoratori non può essere dimenticata o lasciata in balia di misure una tantum solo perché oggi la “crisi” globale detiene il primato tra le notizie e le preoccupazioni. Io credo che una misura assolutamente opportuna sia indirizzare denaro pubblico per finanziare la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, ma in modo davvero percepito, reale, consistente.

La strada che si era intrapresa qualche anno fa, sotto questo punto di vista, è a mio parere molto opportuna! Andava perseguita!

Ridurre il “cuneo fiscale”, cioè le somme prelevate dallo Stato sugli stipendi e i salari dei lavoratori (sia lato datore di lavoro che lato lavoratore) che si sostanziano in contributi e imposte, significa lasciare nelle tasche dei lavoratori più soldi. Inoltre, una parte di riduzione andrebe sul lato datore di lavoro, facendo incidere meno il lavoratore sui costi dell’azienda ed evitando, in tal modo, numerosi eventuali licenziamenti. Visto il dibattito di questi giorni su “soldi veri/soldi falsi”, potremmo dire che quelli sono soldi verissimi e…utilissimi! Sono un aiuto indiretto ma concreto!
Poiché di solito un aumento del cuneo fiscale è valutato come maggiore equità, poiché aumenta il ruolo redistributivo del sistema fiscale, e viceversa una sua riduzione è segno di un orientamento verso maggior efficienza allocativa a scapito dell’equità (per il noto trade-off tra equità/efficienza sempre presente nelle grandi scelte di politica economica e fiscale), per recuperare equità occorrerebbe orientare la maggior riduzione del cuneo prioritariamente verso quei lavoratori con reddito complessivo familiare inferiore.

Inoltre, verso tante altre situazioni andrebbero orientati i fondi pubblici che ora sono impiegati in misure tampone ma che esauriranno prestissimo la loro funzione. Ad esempio, non si può più pensare che possa andare avanti la situazione di migliaia di ricercatori universitari che fanno la fame! Alcuni vanno avanti per mesi senza vedere un soldo, poi cominciano a percepire una miseria come 600-700-800 euro al mese… E’ uno scandalo!
Per non parlare, poi, della moda che oggi ha preso il sopravvento: è diventato “normale” chiedere a qualcuno di lavorare gratis, per mesi e mesi, sottoforma di stage e formule simili!

Queste ma tante altre misure sono necessarie oggi più di ieri! E la crisi globale non può e non deve oscurare la situazione di migliaia di persone che non possono più aspettare per vedere riconosciuto il loro diritto a vivere una vita dignitosa!

Economia e Sviluppo

Crisi: il bastone e la carota!

Le misure concordate dai leaders europei del G20 nel vertice di Berlino di 4 giorni fa sono in parte da condividere. Infatti una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari e, soprattutto, dei prodotti che in essi vengono negoziati (in particolare i “derivati“), è necessaria. Così come le altre misure che sono descritte nel video.

Però mi preme fare una considerazione. Più volte ho espresso il mio pensiero in merito, avrete capito come io non sia un grande sostenitore del sistema economico-finanziario che è andato sviluppandosi nei quindici-vent’anni passati. Nello stesso tempo, però, questo non vuol dire che non sia profondamente convinto dell’importanza della finanza e del mercato. Il problema, però, è che nei decenni passati si è progressivamente dato vita ad un vortice che, sebbene abbia consentito alle economie di crescere (almeno, nella produzione e nel reddito complessivo, non mi soffermo in quest’articolo sull’iniquità della distribuzione di quel reddito o su altri variabili che reputo essenziali) con una rapidità e costanza senza precedenti nella storia, soprattutto ai Paesi già sviluppati ma non solo (sono tanti, infatti, i Paesi emergenti che sono cresciuti moltissimo), si è basato sempre più sull’aleatorietà dei prezzi di mercato e sull’affidarsi a questi per definire il valore patrimoniale di molti beni. Sia nel mercato immobiliare, sia nella valutazione dei patrimoni aziendali. Questo, per fortuna da un lato ma per sfortuna dall’altro, si è verificato soprattutto negli Stati Uniti. “Per sfortuna” in quanto quel mercato condiziona pesantemente, come abbiamo visto, l’andamento di tutti i mercati globali.

Paradossale, infatti, un’osservazione sulla quale raramente ci si sofferma: il “valore” dei mutui americani è pressoché “nullo”, le case americane hanno perso un terzo del loro “valore”, così come molti patrimoni aziendali e, quindi, bancari. Però, se ci pensiamo, i patrimoni, “i mattoni”, stanno tutti lì come prima.
In Italia la crisi sta  avendo meno effetti sulle banche rispetto ad altri Paesi perché, come ho avuto modo di dire in altre sedi e in altri blog, esse hanno fortunatamente investito in titoli “fallimentari” una quota molto piccola, in percentuale, rispetto al proprio patrimonio. E’ questa, poi, la radice del problema americano. Semplificando al massimo, negli Stati Uniti molte banche hanno acquistato titoli rappresentativi dei famosi “mutui subprime” e altri derivati esponendosi per quote complessive pari a molte volte il loro capitale (tecnicamente, spesso hanno acquistato impiegando la cosiddetta “leva finanziaria“, che se ti va bene “sei ok”; se ti va male, sei “finito”!).

Quindi, assolutamente necessaria la regolamentazione (essa andrebbe indirizzata anche con l’obbligo, per le banche, di esporsi al massimo per delle quote predefinite rispetto al proprio capitale).
Ma è sufficiente per uscire dalla crisi?

Purtroppo, qui tutti dobbiamo ammetterlo con razionalità, se vogliamo ricostruire l’economia globale dobbiamo ricostruire il mercato finanziario. E allora servono:
- soluzioni per far tornare la fiducia e far rifiorire il mercato finanziario;
- un nuovo corso che faccia si che la finanza sia sempre più orientata allo sviluppo e non alla ricchezza fine a se stessa.

Per realizzare questi due obiettivi, oltre alla regolamentazione e alle proposte adottate si qui, occorre utilizzare “il bastone e la carota“. In che senso? Nel senso che occorre “prendere a calci” i manager, i tecnici e i politici responsabili a livello mondiale di questi disastri, perché le responsabilità (delle quali ho parlato in precedenti articoli) non vanno dimenticate. Nello stesso tempo, per far riprendere le banche e i mercati, adottare (o non adottare) soluzioni di questo tipo:
1) Assolutamente un “no” secco al protezionismo, soprattutto perché salvando (nel breve termine) un mercato, se ne ammazzano 100; inoltre, il protezionismo è, nella storia, sempre anticamera di guerre!
2) Assolutamente un “no” secco a pure e semplici nazionalizzazioni; non c’è da stupirsi se le borse mondiali hanno reagito malissimo alle nazionalizzazioni fin qui avvenute, negli USA come in Germania. I politici di questi Paesi si aspettavano risultati positivi, invece la situazione è peggiorata. Perché? Perché nazionalizzare, in questo momento, vuol dire acquistare le azioni delle banche al loro prezzo di mercato attuale, che è disastroso! Quindi, vuol dire annullare il “valore” dei capitali degli attuali azionisti.
3) Faccio mia la proposta di alcuni autorevoli economisti. Certamente occorre immettere liquidità nel sistema e la soluzione che gli Stati acquisiscano il capitale delle banche potrebbe andare bene, ma alla condizione che (come detto non sottoforma di semplici nazionalizzazioni) si acquistino le azioni ad un prezzo maggiore di quello attuale (ad esempio corrispondente a quello precedente il disastro dei mercati, ma comunque inferiore a quello medio “normale” di quei titoli relativo alla piena funzionalità dei mercati). Parallelamente, l’obbligo di riacquisto da parte degli azionisti nel momento in cui i prezzi saranno saliti di una certa percentuale al di sopra della soglia alla quale era avvenuto l’acquisto da parte degli Stati.

Questo “giochino finanziario” garantirebbe:
- Aumento di liquidità necessario.
- Aumento progressivo dei prezzi e quindi del valore patrimoniale delle imprese (più che altro, ritorno al valore “normale”), anche e soprattutto bancarie.
- Giovamento per tutti: gli azionisti recupereranno gran parte del capitale andato in fumo in questi mesi, gli Stati recupereranno le somme impiegate per l’acquisto delle azioni e, ancora di più, recupereranno ulteriori risorse dalla tassazione delle plusvalenze derivanti dalla vendita delle azioni ad un prezzo maggiore rispetto al prezzo d’acquisto.
- Ripresa della fiducia degli investitori, dei risparmiatori (la fiducia è  elemento essenziale!).
- Ripresa delle borse e dei mercati.

La speranza, ora, è nelle mani dei decisori a livello mondiale. Speriamo non si lascino sfuggire l’opportunità di risolvere la crisi con soluzioni difficili ma possibili. Ma occorre agire subito!

Economia e Sviluppo

Un finto mercato

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Quello che c’è in Italia è un finto mercato.

Oltre al fatto che molte grandi aziende vanno avanti da anni grazie agli aiuti di Stato, c’è da dire che in molti settori, soprattutto quelli che vengono da un passato di monopolio, il mercato non esiste. La vera concorrenza non esiste, con tutti i benefici che porterebbe.
La sana competizione di mercato, ispirato quest’ultimo ai principi che spesso ho sottolineato (e continuerò a farlo), in Italia è solo uno spot.

Partiamo dal presupposto che ad un certo punto era “necessario” che alcuni settori relativi ad alcuni servizi venissero liberalizzati, poiché il beneficio per gli utenti poteva meglio essere realizzato tramite il mercato “non essendo più necessario” soddisfare bisogni pubblici mediante “il pubblico” sia in termini di standard del servizio che di fasce di utenti che possono fruirne (fermo restando che il pubblico potrebbe concorrere, accanto al privato, come un qualsiasi altro attore di mercato). Ma le privatizzazioni sono state false privatizzazioni. E le liberalizzazioni? False anch’esse. Un esempio? Telecom. Come si fa a dire “apriamo al mercato” lasciando nelle mani di uno degli operatori la proprietà della rete? E’ quanto di più assurdo possa esistere.

Non è statalismo, non è mercato, ma allora cos’è? E’ un misto di interessi, politica ed affari.

Infatti, in questo modo, Telecom non avrà interesse ad investire nella rete innovandola, ad esempio investendo in fibra ottica, finché non lo riterrà effettivamente redditizio per essa stessa. E’ qui che lo Stato dovrebbe intervenire. Lo Stato dovrebbe investire nella rete, la quale dovrebbe essere gestita con forme differenti rispetto ad ora, indirizzando l’investimento verso tutti, per far si che tutti i cittadini abbiano l’accesso alla stessa tecnologia. Poi sarebbe il mercato, vero, a giocarsela sui servizi.

La situazione è la stessa anche in altri settori importanti.

Il nostro Paese deve liberarsi di questo modo di pensare l’economia e la politica se vuole crescere per davvero. E non è che la destra agisce in modo diverso dalla sinistra, o viceversa. In economia decidono le lobby, e lo faranno finché lo Stato non inizierà a fare lo Stato.

Voi che ne pensate?

Economia e Sviluppo, Sociale

Capire la “crisi”, trovare la luce!

Crisi” è la parola più pronunciata in tutto il mondo, in questi ultimi mesi. Certamente l’economia sta attraversando un momento di pesante difficoltà. Un momento che sta interessando tutti, o quasi. Non mancano, ovviamente, gli sciacalli; quelli che cercano di ricavare soldi dalle paure delle persone. Scrivono libri, articoli, fanno programmi in TV, cercando di incutere ancora più paura e generando una spirale di oblio nella quale tutti ci sentiamo più insicuri, più tristi, più sfiduciati, peggiorati.

Niente toglie che la crisi si senta e, spesso, in modo pesante. La cosa migliore che possiamo fare in questo momento, però, è ritrovare la fiducia nel presente, che è anche la fiducia nel futuro. E dobbiamo farlo cercando di tornare a sentirci pienamente noi stessi nonostante quello che accade, sapendo che noi “siamo” indipendentemente da quello che possediamo, che facciamo, che gli altri pensano di noi. Nello stesso tempo, cercando di capire la situazione.

La “crisi” ci dice che il modello di economia dell’ultimo ventennio necessita di un aggiustamento. Non è in discussione il mercato. Ma c’è mercato e mercato. L’economia di mercato secondo la mia visione dovrebbe essere maggiormente di tipo “civile“, dove gli scambi tra individui e organizzazioni produttive non siano scissi dai rapporti umani che sono alla base (principio di “reciprocità“, accanto al principo dello “scambio di eqivalenti”) e dove lo Stato si riappropri della funzione di vero regolatore. Questo è mancato, ad esempio, negli Stati Uniti, punto di origine dello sfascio dei mercati finanziari mondiali. Nell’economia di mercato ultra-capitalistica della finanza “basata sul nulla” lo Stato ha perso totalmente la funzione di regolatore, facendo si che a decidere dei destini della finanza americana, ma anche mondiale, fossero delle lobby particolari. Ad esempio, lo scandalo dei mutui subprime e il fallimento delle banche di investimento derivano da questo punto debole. Consentire di investire molto ma molto di più rispetto al proprio capitale e per di più indebitandosi in modo consistente, in favore di investimenti ad altissimo rischio di insolvenza, è stato un azzardo pagato a caro prezzo. E per far questo sono state votate leggi apposite (proposte da un senatore repubblicano, che ha ricevuto poi cospicui finanziamenti elettorali da queste lobby, e firmate da Clinton).

Questo non deve comportare assolutamente il ritorno a forme di statalismo, come alcuni propongono, che nella storia ha causato debiti pubblici incredibilmente alti, o protezionismo, che spesso è sfociato nelle guerre, ma comprendere che:
- nel mondo della finanza ci vogliono regole più chiare e maggiori garanzie di copertura delle operazioni;
- nel mondo produttivo e degli scambi il mercato non sempre porta ad un miglioramento distributivo della ricchezza. Certamente crea maggior benessere complessivo, ma non sempre esso si diffonde con equità nella popolazione. Quindi occorre “umanizzare” il mercato;
- “umanizzare” il mercato significa anche che non basta garantire uguaglianza “nel punto di partenza”, perché il mercato è cosa ben diversa dalla “gara sportiva“. In quest’ultima, un’uguaglianza iniziale è sufficiente a garantire un normale esito del “campionato”, poiché nella gara successiva nessuno parte da una situazione di vantaggio pur essendosi aggiudicato la vittoria o il premio nello stadio precedente; tutti sono nelle stesse condizioni in ogni stadio della gara. Nel mercato, invece, chi vince la prima gara ha la possibilità di modificare a proprio favore le regole del gioco, perché in seguito partirà da una posizione privilegiata.

Quanto alla “crisi”, non ci sarà un nuovo 1929, perché gli errori politici ed economici di allora non si ripeteranno questa volta. L’economia si riprenderà presto (forse il prossimo anno), ma io spero che si capisca che è il momento di guardare oltre. Di puntare ad una nuova economia di mercato a misura d’uomo. Nella finanza si torni ad operare non perdendo di vista il limite oltre il quale non ci si può spingere (e qui, dobbiamo dirlo, le banche italiane ed europee hanno avuto, in generale, una certa cautela). Si capisca che c’è una parte del mondo che può essere considerata un’immensa risorsa di investimenti e non una spazzatura (anche umana); essa può rivelarsi la strada per una nuova crescita globale e un allargamento dei diritti e del benessere anche per quelle popolazioni ancora nella povertà.

In Italia, infine, si comprenda che la strada per tornare ad essere un grande Paese dal punto di vista economico non può non passare per la crescita di investimenti in tecnologia, conoscenza, università, ricerca, e per la crescita del settore dei servizi. Oltre a questo, andrebbe migliorata la situazione del mercato del lavoro (maggiori tutele ai precari), della previdenza (innalzamento età pensionabile per alcuni lavori), del debito pubblico.

Continueremo a parlare più volte di questi argomenti, vorrei dire tante cose ancora, ma non è il caso di dilungarmi oltremodo. Perciò alcuni concetti sulla “crisi” non li ho toccati, visto anche che il cartone animato spiega abbastanza bene alcune cose (ci sarebbe da approfondire, se volete lo faremo in seguito; se avete curiosità, chiedetemele!). A presto!

Economia e Sviluppo

Alitalia “all’italiana”…

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Prima di scrivere qualcosa attinente al nostro territorio, sento di voler affrontare un argomento di estrema attualità, non solo degli ultimi anni (è sempre stato di attualità…): la vicenda Alitalia.

Mi preme soprattutto mettere dei punti fermi, raccontare i fatti, dire le cose come stanno, visto che in tanti parlano e sparlano di quest’argomento dicendo cose spesso inesatte e contrastanti fra loro. Insomma, tg, quotidiani, ecc.: è un gran caos.

In sintesi: Alitalia nasce nel 1946, è di proprietà statale e fino al 1950 cresce sia dimensionalmente che in termini di risultati economici; è in attivo. Fino agli anni ‘60 è tutto un crescendo, tutto va bene. Il mercato, in questo periodo, dà certezze. La dirigenza è stabile e competente, le strategie di investimento sono ottime, in linea con quelle delle altre grandi compagnie Europee (fra tutte, Air France e British Airways). Negli anni ‘70, il mercato cambia: fattori di crisi (es. crisi petrolifere), spingono in alto i costi della compagnia (come quelli delle altre grandi compagnie) e l’apertura dei mercati alla concorrenza abbassa i prezzi. Il mercato diviene più flessibile. Ovunque, fuorché  in Italia, dove si mantengono in vita voli con un coefficiente di riempimento molto basso. Inizia, quindi, la cattiva gestione, asservita inoltre ad esigenze personali di alcuni politici.

Negli anni ‘80 quasi tutti i grandi Paesi si mobilitano cercando di privatizzare parte delle compagnie (qui ci sarebbe da aprire un nuovo argomento per chiedersi quando è “giusto” privatizzare) e cercare maggiore solidità mediante alleanze strategiche tra operatori. Ovunque, fuorché in Italia, dove Alitalia resta totalmente statale e con grosse difficoltà finanziarie.

Gli anni ‘90 sono pesantissimi. Mentre le tensioni sindacali crescevano e il low cost aumentava, nel ‘96 la situazione di Alitalia era questa: debiti per 3mila miliardi (lire) e perdita costante da dieci anni. Inizia una privatizzazione (il 37% del capitale), mentre si taglia il costo del lavoro: parte delle azioni vennero cedute ai lavoratori invece delle retribuzioni e parte in borsa… Comunque, verso la fine degli anni ‘90, nel triennio 97-99, dopo un Piano di risanamento, i debiti vengono saldati (per 3mila miliardi), si torna all’utile. Ma è un utile fittizio, frutto anche della privatizzazione.

Il grosso problema di Alitalia era, però, il fatto che ancora non avesse un Piano di medio -lungo periodo, che orientasse la compagnia verso una direzione strategica. Nel ‘94-’95 si puntò sul low cost e quindi sul breve raggio (voli di breve percorrenza), nel ‘96-’97 sul lungo raggio… Parlavamo di risultati positivi “fittizi”; infatti, in breve tempo la situazione tornò negativa, e di poneva il bisogno di una ricapitalizzazione, che si stimava necessaria per 3mila miliardi. Ovviamente, chi doveva ricapitalizzare, era lo Stato. In questi casi risulta necessario l’ok dell’UE, dalla quale arriva puntualmente una bocciatura dell’operazione e  questo causa la messa sotto tutela per 4-5 anni della compagnia.

Questo significa blocco totale di ogni strategia, quindi solo “ordinaria amministrazione” per un’azienda che aveva bisogno di “cambiare rotta”. Fatto strano: Air France e Iberia, ottengono l’ok dall’UE per una ricapitalizzazione nonostante presentassero delle condizioni peggiori rispetto ad Alitalia, la quale decide di far ricorso. il ricorso verrà vinto nel 2000, cioè quando oramai è troppo tardi (bancarotta vicina).

Nel 2000 si prova l’alleanza con KLM, subordinata allo sviluppo di Malpensa (punto di estrema attualità ancora oggi). Quello che doveva diventare il nuovo Hub italiano, avrebbe dovuto portare posti di lavoro, infrastrutture di collegamento con Milano e dintorni, ecc. Malpensa non è mai “decollato” e KLM ha preferito addirittura pagare una penale gigantesca pur di sciogliere l’accordo! Nel 2003 si tenta la strada della privatizzazione. Solo Air France ed Alitalia sono ancora controllate dai rispettivi Stati. Ma dal governo francese arriva la decisione di privatizzare e puntare all’accordo con KLM. In Italia, invece, tutti i sindacati sono contro la privatizzazione.

Questi anni sono quelli del tracollo, anche perché due anni prima la strategia era cambiata nuovamente: competere con le compagnie low cost sul breve raggio. Un disastro.

La gestione Cimoli (2003-06) è una delle peggiori di sempre. Opera nuovi tagli al personale.

Già nel 2003 le perdite erano di 1 milione di euro al giorno e l’indebitamento cresceva a dismisura; a fronte di questo, nel 2005 il cda raddoppia lo stipendio di Cimoli (2.791.000 euro, 6 volte lo stipendio dell’amministratore delegato di Air France; 3 volte quello dell’a.d. di British Airways)! Quando viene sostituito (2006), Cimoli chiede la bellezza di 8 milioni di euro di buonuscita!

Si arriva al 2004, quando l’alleanza Air France-KLM è favorevole all’allargamento ad Alitalia a condizione che essa sia risanata e privatizzata. Nel 2007 il Governo valuta Air France-KLM quale unico possibile acquirente di Alitalia. Scontri politici e solite polemiche “all’italiana” fanno ritirare i francesi, pronti, nel 2008, a riaprire le trattative solo dopo le nuove elezioni.

E’ storia recente la vendita a CAI (ci sarebbe da aprire un altro dibattito su cos’è CAI, perché è nata, se per salvare qualche compagnia, leggi Air One, o per altro, ma non si finirebbe più). Ma in che modo?

Il Governo modifica leggi per far si che si possano suddividere gli “assets” della compagnia in negativi e positivi (cioè solo le attività potenzialmente in grado di generare utile). I primi restano in capo allo Stato, cioè agli italiani, mediante un’apposita “bad company” che si accolla tutto il monte debiti da pagare. I secondi vanno a CAI. Qualche giorno fa CAI firma la vendita di parte consistente del capitale (un quarto) ad Air France-KLM, con la soddisfazione del Presidente Berlusconi, che tanto aveva osteggiato l’acquisto da parte dei francesi fino a qualche mese fa (quando i francesi avrebbero acquistato tutto, debiti compresi). C’è più di qualcuno che sente “puzza di bruciato”… ed io sono tra questi.

La compagine di Governo ha gestito molto male la vicenda Alitalia. Dall’altra parte l’opposizione fa silenzio assoluto, in quanto il principale esponente di CAI, Roberto Colaninno, è il papà di chi dovrebbe avere voce in capitolo del “Governo ombra” di Veltroni, ovvero il Ministro per lo Sviluppo Economico ombra Matteo Colaninno, che è sparito dalla circolazione.

Quanto alle motivazioni che hanno portato ai disastri economico-aziendali-finanziari della compagnia, c’è da dire (affermo questo con certezza, poiché insieme ad alcuni colleghi nei mesi scorsi abbiamo fatto uno studio approfondito su Alitalia) che i problemi di Alitalia sono stati, tecnicamente, di tipo “operativo“. Cioè incapacità di produrre un margine positivo con l’attività di produzione ordinaria. Quindi cattiva gestione. Troppi costi per servizi, troppi costi operativi in generale. Inoltre:

- Strategie errate: le aziende con un buon margine sono quelle che puntano sul lungo raggio!! Non si può puntare a competere con le low cost se non si è low cost!
- Mancato sviluppo di Malpensa, che ha portato a mancate alleanze che sarebbero state importantissime!
- Sistema “all’italiana”, che ha portato ad un blocco sistematico di ogni tentativo di privatizzazione, fino alla necessità di farlo perché ormai in fallimento.
- Errore nella mancata vendita ad Air France-KLM l’anno scorso.

Infine, per dire quanto fosse problematica la gestione della compagnia nell’ultimo decennio, compagnia ormai divenuta un ammasso di perdite, sempre nello studio che ho effettuato insieme ad alcuni colleghi, abbiamo effettuato un’ipotesi di scuola (consapevolmente grossolana, con numeri che sembrano piccoli ma che in realtà nascondono cifre immense). Ipotizzando di ridurre le tariffe del 5% e che a tale riduzione corrisponda un aumento della domanda del 10%, con un fatturato che sarebbe cresciuto in media dell’8% (cifre assurde, perciò ipotesi di scuola che però fa capire molte cose), si può affermare che: pur lasciando inalterata la struttura dei costi (cosa di per sé errata, ma importante per capire la conclusione), e aumentando di molto i ricavi i risultati sarebbero rimasti comunque non soddisfacenti.

Da questo capiamo come Alitalia fosse divenuta ormai un “carrozzone” destinato a fallire e quanto fosse utile venderla ad Air France nella prima trattativa alle condizioni della prima trattativa, invece c’è stato qualcuno che non ha voluto bene all’Italia alimentando polemiche e blocchi assurdi.

Tanto più assurdi se pensiamo a come si sono evolute poi le cose. Tenendo presente che chi ha la peggio, in tutta questa vicenda, sono gli italiani e i lavoratori, non di certo Colaninno e soci, che certamente non hanno a cuore le sorti del Paese, ma quelle delle loro tasche. CAI ha presentato un piano ridicolo, basato sulla competizione sul breve raggio.
Ho già spiegato che non è la soluzione che può portare a risultati nel tempo! Anche considerata la sempre maggior diffusione dell’Alta velocità per i treni (Milano-Roma in 3 ore e mezza, in aereo molto di più se si considerano i tempi di check-in, controlli, ritiro bagagli!) Intanto ora quelli di CAI speculano (fanno ciò che avevano in mente), invece i francesi se la ridono e ci deridono! Le sorti del Paese non le hanno a cuore nemmeno certi politici incoscienti, che hanno perso di vista la responsabilità in favore di interessi privati di pochi.

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