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Economia e Sviluppo, Informazione

La manovra-Tremonti

Dalle motivazioni alle principali misure adottate per il triennio 2011-2013.

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 15/06/2010]

La “manovra di finanza pubblica” 2011-2013 è il tema più ricorrente, in queste settimane, negli spazi di informazione.
Il Governo, infatti, accanto a classici provvedimenti di una manovra finanziaria, ha messo a punto una serie di misure di politica fiscale ed economica per intervenire nella situazione di crisi internazionale che ha investito in particolare l’area-euro a partire dal default della Grecia.
In seguito alla crisi greca il nostro Paese era considerato, insieme a Irlanda, Portogallo e Spagna, ad alto rischio (anche se c’è da dire che, rispetto agli altri tre Paesi, il nostro presenta una situazione complessiva, di sistema, decisamente migliore, dimostrata dal contenuto sforamento del rapporto Deficit/Pil). I mercati avrebbero potuto “aggredire” l’Italia anche con l’avanzata della speculazione. Infatti, l’impennata dei cosiddetti credit default swap (che sono scommesse sul fallimento, sull’insolvenza del debito pubblico) è indice di un attacco da parte dei mercati che, qualora perdurasse nel tempo, abbatterebbe la qualità del credito con gravi conseguenze. Di fatto, siamo in presenza di una nuova “bolla”.

Si è presentata, dunque, ancora una volta, l’urgenza di agire sulla riduzione del debito pubblico. Tuttavia, questa strada si sarebbe dovuta percorrere ugualmente, in ogni caso. Alcune misure si sono rese più urgenti, ma è la condizione strutturale del nostro Paese a richiedere, senza poter più rimandare, tali scelte drastiche.
Tante volte, anche in precedenti interventi su questo giornale, ho sottolineato l’ineludibilità di intervenire su una situazione oramai insostenibile del debito pubblico. Sin dagli anni 80, è un “serpente che si morde la coda”.
Per agire sul debito nell’immediato, è necessario agire sul versante della spesa, in particolare sulla spesa di tipo corrente, poiché negli ultimi anni si è assistito (anche a causa della prima ondata di crisi che ha comportato una riduzione delle entrate fiscali) ad un saldo sempre più negativo da finanziare mediante deficit. Risultato netto: più debito pubblico (ad oggi il rapporto Debito/Pil è sopra il 118%, lontanissimo dall’obiettivo del 60% verso il quale l’Italia, come tutti gli altri Paesi dell’area-euro, deve tendere).
Vi sono studiosi che sono contrari ai tagli di spesa sociale poiché, affermano, produrrebbero arretramenti nella qualità della vita civile (tale filone di studi suggerisce anche l’ipotesi di affidare parte del debito pubblico dei vari Paesi ad un unico governo centrale europeo, unica misura forse in grado di scongiurare realmente il rischio di attacchi speculativi). Tuttavia, in questo spazio mi limito a dire che, in termini concreti, una riduzione del deficit e del debito nell’immediato, nell’attesa e nella speranza di recuperare ingenti entrate dalla lotta all’evasione fiscale, passa senza dubbio da una riduzione della spesa.

Si poteva fare meglio, soprattutto per quanto concerne il sostegno parallelo alla crescita (data l’entità della manovra, circa 25 miliardi di euro). Molti provvedimenti non comportano in realtà grossi risparmi, servirebbe più coraggio sul fronte dei famosi costi della politica per i “piani alti”. In ogni caso nella manovra ci sono delle misure che vanno nella giusta direzione, approvate anche dall’OCSE e dal FMI: in particolare, sul versante della riduzione della spesa e sulla lotta all’evasione fiscale.
Si tratta certamente di misure dolorose, alcune delle quali discutibili; ma rappresentano un solco importante lungo il quale muoversi, un’inversione di tendenza, un cambio “culturale” nella gestione della finanza pubblica in senso più rigoroso. Esse andranno ad impattare col federalismo fiscale. Staremo a vedere.
Intanto, un’importanza notevole viene assunta dalle misure di contrasto all’evasione fiscale. La speranza è che si continui in questa direzione, perché si può fare di più e poiché è da lì che possono arrivare entrate inattese, che nel medio termine possono portare ad un riequilibrio dei conti e ad un nuovo ampliamento della spesa per generare benessere nel sistema socio-economico. Ampliamento che, questa volta, sarebbe mirato e qualificato.
Di seguito, per grandi linee, alcune delle più importanti misure contenute nella manovra:

- Obbligo di comunicazione telematica al Fisco delle operazioni rilevanti ai fini IVA dai 3.000 euro in su. Scende a 5.000 euro la soglia della tracciabilità del contante.
- Sale al 33% la compartecipazione dei Comuni all’accertamento dell’evasione fiscale.
- Nuovo “Redditometro”: l’accertamento scatta quando i redditi dichiarati sono inferiori del 20% rispetto alle indicazioni del “Redditometro”.
- Gli utili e i dividendi realizzati negli anni 2011 e 2012 da Società partecipate dallo Stato e da Istituti di diritto pubblico saranno destinati, fino a un massimo di 500 milioni di euro, ad un apposito Fondo che servirà a pagare gli interessi sul debito pubblico.
- Aumento dell’imposizione fiscale sulle stock option.
- Provvedimenti per evitare i fenomeni delle imprese che aprono e chiudono entro un anno e vigilare sulle imprese in costante situazione di perdita (potrebbe esserci precisa volontà di evasione delle imposte sui redditi).
- Provvedimenti per l’individuazione e la regolarizzazione degli “immobili fantasma”.
- Lotta ai “falsi invalidi” e contrasto all’indebita percezione di prestazioni sociali agevolate (anche quelle relative al diritto allo studio).
- Leggero aumento della soglia per i pensionamenti anticipati.
- Tagli alla spesa della P.A., in particolare per la formazione, riduzione del 10% delle indennità dei manager e consulenti pubblici; tagli ai compensi per consigli d’amministrazione di società ed enti partecipati e revisori. Tagli ai buoni taxi e noleggi auto.
- Aumento dei pedaggi autostradali.
- Soppressi alcuni enti ritenuti inutili. Il personale a tempo indeterminato sarà assorbito da altri enti o ministeri.
- Taglio del 10% delle dotazioni finanziarie dei Ministeri.
- Taglio dei “costi della politica”: meno 10% ai compensi di Ministri e Sottosegretari che non sono anche parlamentari (per questi ultimi si rimanda a futuri provvedimenti delle Camere). Stessa riduzione per i componenti del CSM e del Cnel. Ridotti i rimborsi ai partiti. Soppresse le indennità dei consiglieri circoscrizionali, amministratori di Comunità montane, Unioni dei Comuni ed organismi territoriali gestori di servizi pubblici. I gettoni di presenza non potranno superare i 30 euro a seduta.
- Agevolazioni alle reti d’impresa.

Sicuramente, un principio dovrà essere chiaro alla classe dirigente, attuale e futura. L’Italia dovrà essere un Paese il cui sistema di welfare si basi di più sui sussidi temporanei e sugli ammortizzatori sociali, relativi all’inserimento lavorativo e ai periodi di disoccupazione, e non più sui falsi invalidi e sugli evasori fiscali. La crescita dovrà ripartire dai nuovi settori, ad alto tasso di immaterialità e di innovazione, dalla ricerca. Con il controllo rigoroso sui conti, perché il debito non rappresenti più quella montagna che oggi sembra insormontabile ostacolo alla crescita e alla speranza.

Economia e Sviluppo

Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri

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Rielaborazione da: “Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri”.

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 10/07/2009]

 

In questo momento l’economia mondiale attraversa ancora una fase di difficoltà notevole. Oramai si ascoltano quotidianamente pareri discordanti circa la possibile ripresa economica. C’è chi parla di fine 2009, c’è chi dice che bisogna attendere la metà del 2010, c’è anche chi sostiene che bisognerà attendere ancora più a lungo. La verità, come ho già detto in precedenti interventi, è che risulta davvero difficile poter fare delle ipotesi precise, stante la complessità che oggi il sistema economico e finanziario globale presenta, per la numerosità dei fattori che lo condizionano, rispetto a qualche decennio fa. Più volte ho sottolineato la necessità che i Governi prendano in maggiore considerazione il problema del debito pubblico elevato, per quanto concerne la finanza pubblica, e l’opportunità che viene dalla maggiore inclusione dei Paesi emergenti e in via di sviluppo per quel che riguarda, invece, le prospettive per una ripresa duratura e per un mercato più ricco e più equo. Certamente, dal G8 si attendono risposte su molti fronti [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8].
Consideriamo, infatti, l’ipotesi che sempre maggiori fette di popolazione dei continenti poveri, ad esempio l’Africa, riescano ad acquisire una posizione attiva di operatori nel mercato internazionale. Sia dal lato dei produttori, sia dal lato dei consumatori. Eccola lì, l’opportunità: già questa ipotesi significa che grandi investimenti sono stati operati nella costruzione di infrastrutture, nella costituzione di nuove imprese locali o nella internazionalizzazione di imprese già esistenti. Inoltre, maggior benessere di tali nuovi consumatori porta maggiori acquisti di servizi e prodotti di qualità, proprio quelli che caratterizzano (e sarà così in modo sempre maggiore) i Paesi più sviluppati. E quindi un sostegno indiretto all’economia, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro (o riconvertire gli esistenti), in tali sistemi economici. Oltre al dato, ovviamente, di aver creato benessere per un sempre maggior numero di abitanti del pianeta che, finora, sono stati vittime di sottosviluppo e povertà.
Eccola, l’opportunità, anche per arginare il fenomeno dell’emigrazione massiccia causata da povertà.
Già notevoli passi in avanti sono stati fatti negli ultimi dieci anni. Però, ne sono fortemente convinto, più si agirà verso questa direzione più rapido sarà il consolidamento del sistema di produzione e scambio di beni e servizi a livello mondiale, più solida sarà la finanza (che può tornare ad essere in larga misura stretta compagna dell’economia reale, anche mediante nuove forme di credito).
Nel frattempo, guardando alla situazione del nostro Paese, il Governo italiano ha approvato una serie di misure “anti-crisi”. Certamente non possono essere considerate un forte incentivo alla ripresa economica e finanziaria che, come detto, ha bisogno di politiche internazionali e di respiro molto più ampio. Tuttavia, misure quali la detassazione (defiscalizzazione al 50%) degli utili reinvestiti in acquisto di macchinari industriali, il bonus (integrazione salariale) per i datori che non licenziano dipendenti o per i lavoratori in Cassa Integrazione e mobilità che avviano un lavoro autonomo, la riduzione del costo del gas (in base ai tassi di utilizzo), l’aumento notevole dei rimborsi sulle obbligazioni Alitalia, il prolungamento del termine di esecuzione degli sfratti (al 31 dicembre 2009), l’abolizione del ticket sulla medicina specialistica, l’aumento della velocità dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni (responsabilizzando maggiormente gli Enti), possono rappresentare un buon sostegno per famiglie e imprese. Anche se, ovviamente, non esaustivo e non strutturale. Soprattutto nel Mezzogiorno.
Dunque le attese sulle scelte che in questi giorni [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8] assumeranno i grandi del mondo sono elevate, considerati anche i dati recenti sui grandi aggregati dell’economia e della finanza pubblica del nostro Paese. Aumento record del debito pubblico, del rapporto deficit/PIL (ovvio, dato che il deficit aumenta e il PIL diminuisce notevolmente), calo delle entrate fiscali, aumento della disoccupazione, sono da considerarsi quasi come conseguenze scontate in periodi di crisi. Però non vanno assolutamente sottovalutate.
Un’economia “civile”, che rimetta al centro la persona con le sue relazioni, un maggior coinvolgimento dei Paesi emergenti nelle decisioni, maggiori investimenti per lo sviluppo dei Paesi poveri, nuove regole per una finanza legata in modo sempre minore a operazioni basate su valori e parametri inesistenti, maggior attenzione al debito pubblico, attenzione alla riconversione verso settori basati sull’immaterialità (servizi) nei Paesi più sviluppati, sono solo alcune ma, a mio avviso, abbastanza significative, vie per cercare di rimettere in moto un sistema che ha bisogno di ripartire presto e di consolidarsi.

Economia e Sviluppo, Sociale

Più soldi in tasca ai lavoratori!

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Oltre alle misure sul sistema finanziario globale che auspicavo nei precedenti articoli, oltre ai vostri suggerimenti preziosi, credo davvero che sia necessario, in questo momento storico caratterizzato da una difficoltà economica notevole (difficoltà che si ripercuote sulla fiducia e sulla speranza nel futuro), considerare un dato. L’attuale crisi non può far andare in secondo piano l’evidenza sul fatto che moltissimi lavoratori già avvertono da tempo difficoltà a sostenere l’aumento del costo della vita.

Tutta quella fascia di lavoratori non può essere dimenticata o lasciata in balia di misure una tantum solo perché oggi la “crisi” globale detiene il primato tra le notizie e le preoccupazioni. Io credo che una misura assolutamente opportuna sia indirizzare denaro pubblico per finanziare la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, ma in modo davvero percepito, reale, consistente.

La strada che si era intrapresa qualche anno fa, sotto questo punto di vista, è a mio parere molto opportuna! Andava perseguita!

Ridurre il “cuneo fiscale”, cioè le somme prelevate dallo Stato sugli stipendi e i salari dei lavoratori (sia lato datore di lavoro che lato lavoratore) che si sostanziano in contributi e imposte, significa lasciare nelle tasche dei lavoratori più soldi. Inoltre, una parte di riduzione andrebe sul lato datore di lavoro, facendo incidere meno il lavoratore sui costi dell’azienda ed evitando, in tal modo, numerosi eventuali licenziamenti. Visto il dibattito di questi giorni su “soldi veri/soldi falsi”, potremmo dire che quelli sono soldi verissimi e…utilissimi! Sono un aiuto indiretto ma concreto!
Poiché di solito un aumento del cuneo fiscale è valutato come maggiore equità, poiché aumenta il ruolo redistributivo del sistema fiscale, e viceversa una sua riduzione è segno di un orientamento verso maggior efficienza allocativa a scapito dell’equità (per il noto trade-off tra equità/efficienza sempre presente nelle grandi scelte di politica economica e fiscale), per recuperare equità occorrerebbe orientare la maggior riduzione del cuneo prioritariamente verso quei lavoratori con reddito complessivo familiare inferiore.

Inoltre, verso tante altre situazioni andrebbero orientati i fondi pubblici che ora sono impiegati in misure tampone ma che esauriranno prestissimo la loro funzione. Ad esempio, non si può più pensare che possa andare avanti la situazione di migliaia di ricercatori universitari che fanno la fame! Alcuni vanno avanti per mesi senza vedere un soldo, poi cominciano a percepire una miseria come 600-700-800 euro al mese… E’ uno scandalo!
Per non parlare, poi, della moda che oggi ha preso il sopravvento: è diventato “normale” chiedere a qualcuno di lavorare gratis, per mesi e mesi, sottoforma di stage e formule simili!

Queste ma tante altre misure sono necessarie oggi più di ieri! E la crisi globale non può e non deve oscurare la situazione di migliaia di persone che non possono più aspettare per vedere riconosciuto il loro diritto a vivere una vita dignitosa!

Economia e Sviluppo

Crisi: il bastone e la carota!

Le misure concordate dai leaders europei del G20 nel vertice di Berlino di 4 giorni fa sono certamente da condividere. Infatti una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari e, soprattutto, dei prodotti che in essi vengono negoziati (in particolare i “derivati“), è necessaria. Così come le altre misure che sono descritte nel video.

Però mi preme fare una considerazione. Più volte ho espresso il mio pensiero in merito, avrete capito come io non sia un grande sostenitore del sistema economico-finanziario che è andato sviluppandosi nei quindici-vent’anni passati. Nello stesso tempo, però, questo non vuol dire che non sia profondamente convinto dell’importanza della finanza e del mercato. Il problema, però, è che nei decenni passati si è progressivamente dato vita ad un vortice che, sebbene abbia consentito alle economie di crescere (almeno, nella produzione e nel reddito complessivo, non mi soffermo in quest’articolo sull’iniquità della distribuzione di quel reddito o su altri variabili che reputo essenziali) con una rapidità e costanza senza precedenti nella storia, soprattutto ai Paesi già sviluppati ma non solo (sono tanti, infatti, i Paesi emergenti che sono cresciuti moltissimo), si è basato sempre più sull’aleatorietà dei prezzi di mercato e sull’affidarsi a questi per definire il valore patrimoniale di molti beni. Sia nel mercato immobiliare, sia nella valutazione dei patrimoni aziendali. Questo, per fortuna da un lato ma per sfortuna dall’altro, si è verificato soprattutto negli Stati Uniti. “Per sfortuna” in quanto quel mercato condiziona pesantemente, come abbiamo visto, l’andamento di tutti i mercati globali.

Paradossale, infatti, un’osservazione sulla quale raramente ci si sofferma: il “valore” dei mutui americani è pressoché “nullo”, le case americane hanno perso un terzo del loro “valore”, così come molti patrimoni aziendali e, quindi, bancari. Però, se ci pensiamo, i patrimoni, “i mattoni”, stanno tutti lì come prima.
In Italia la crisi sta  avendo meno effetti sulle banche rispetto ad altri Paesi perché, come ho avuto modo di dire in altre sedi e in altri blog, esse hanno fortunatamente investito in titoli “fallimentari” una quota molto piccola, in percentuale, rispetto al proprio patrimonio. E’ questa, poi, la radice del problema americano. Semplificando al massimo, negli Stati Uniti molte banche hanno acquistato titoli rappresentativi dei famosi “mutui subprime” e altri derivati esponendosi per quote complessive pari a molte volte il loro capitale (tecnicamente, spesso hanno acquistato impiegando la cosiddetta “leva finanziaria“, che se ti va bene “sei ok”; se ti va male, sei “finito”!).

Quindi, assolutamente necessaria la regolamentazione (essa andrebbe indirizzata anche con l’obbligo, per le banche, di esporsi al massimo per delle quote predefinite rispetto al proprio capitale).
Ma è sufficiente per uscire dalla crisi?

Purtroppo, qui tutti dobbiamo ammetterlo con razionalità, se vogliamo ricostruire l’economia globale dobbiamo ricostruire il mercato finanziario. E allora servono:
- soluzioni per far tornare la fiducia e far rifiorire il mercato finanziario;
- un nuovo corso che faccia si che la finanza sia sempre più orientata allo sviluppo e non alla ricchezza fine a se stessa.

Per realizzare questi due obiettivi, oltre alla regolamentazione e alle proposte adottate si qui, occorre utilizzare “il bastone e la carota“. In che senso? Nel senso che occorre “prendere a calci” i manager, i tecnici e i politici responsabili a livello mondiale di questi disastri, perché le responsabilità (delle quali ho parlato in precedenti articoli) non vanno dimenticate. Nello stesso tempo, per far riprendere le banche e i mercati, adottare (o non adottare) soluzioni di questo tipo:
1) Assolutamente un “no” secco al protezionismo, soprattutto perché salvando (nel breve termine) un mercato, se ne ammazzano 100; inoltre, il protezionismo è, nella storia, sempre anticamera di guerre!
2) Assolutamente un “no” secco a pure e semplici nazionalizzazioni; non c’è da stupirsi se le borse mondiali hanno reagito malissimo alle nazionalizzazioni fin qui avvenute, negli USA come in Germania. I politici di questi Paesi si aspettavano risultati positivi, invece la situazione è peggiorata. Perché? Perché nazionalizzare, in questo momento, vuol dire acquistare le azioni delle banche al loro prezzo di mercato attuale, che è disastroso! Quindi, vuol dire annullare il “valore” dei capitali degli attuali azionisti.
3) Faccio mia la proposta di alcuni autorevoli economisti. Certamente occorre immettere liquidità nel sistema e la soluzione che gli Stati acquisiscano il capitale delle banche potrebbe andare bene, ma alla condizione che (come detto non sottoforma di semplici nazionalizzazioni) si acquistino le azioni ad un prezzo maggiore di quello attuale (ad esempio corrispondente a quello precedente il disastro dei mercati, ma comunque inferiore a quello medio “normale” di quei titoli relativo alla piena funzionalità dei mercati). Parallelamente, l’obbligo di riacquisto da parte degli azionisti nel momento in cui i prezzi saranno saliti di una certa percentuale al di sopra della soglia alla quale era avvenuto l’acquisto da parte degli Stati.

Questo “giochino finanziario” garantirebbe:
- Aumento di liquidità necessario.
- Aumento progressivo dei prezzi e quindi del valore patrimoniale delle imprese (più che altro, ritorno al valore “normale”), anche e soprattutto bancarie.
- Giovamento per tutti: gli azionisti recupereranno gran parte del capitale andato in fumo in questi mesi, gli Stati recupereranno le somme impiegate per l’acquisto delle azioni e, ancora di più, recupereranno ulteriori risorse dalla tassazione delle plusvalenze derivanti dalla vendita delle azioni ad un prezzo maggiore rispetto al prezzo d’acquisto.
- Ripresa della fiducia degli investitori, dei risparmiatori (la fiducia è  elemento essenziale!).
- Ripresa delle borse e dei mercati.

La speranza, ora, è nelle mani dei decisori a livello mondiale. Speriamo non si lascino sfuggire l’opportunità di risolvere la crisi con soluzioni difficili ma possibili. Ma occorre agire subito!

Economia e Sviluppo

Un finto mercato

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Quello che c’è in Italia è un finto mercato.

Oltre al fatto che molte grandi aziende vanno avanti da anni grazie agli aiuti di Stato, c’è da dire che in molti settori, soprattutto quelli che vengono da un passato di monopolio, il mercato non esiste. La vera concorrenza non esiste, con tutti i benefici che porterebbe.
La sana competizione di mercato, ispirato quest’ultimo ai principi che spesso ho sottolineato (e continuerò a farlo), in Italia è solo uno spot.

Partiamo dal presupposto che ad un certo punto era “necessario” che alcuni settori relativi ad alcuni servizi venissero liberalizzati, poiché il beneficio per gli utenti poteva meglio essere realizzato tramite il mercato “non essendo più necessario” soddisfare bisogni pubblici mediante “il pubblico” sia in termini di standard del servizio che di fasce di utenti che possono fruirne (fermo restando che il pubblico potrebbe concorrere, accanto al privato, come un qualsiasi altro attore di mercato). Ma le privatizzazioni sono state false privatizzazioni. E le liberalizzazioni? False anch’esse. Un esempio? Telecom. Come si fa a dire “apriamo al mercato” lasciando nelle mani di uno degli operatori la proprietà della rete? E’ quanto di più assurdo possa esistere.

Non è statalismo, non è mercato, ma allora cos’è? E’ un misto di interessi, politica ed affari.

Infatti, in questo modo, Telecom non avrà interesse ad investire nella rete innovandola, ad esempio investendo in fibra ottica, finché non lo riterrà effettivamente redditizio per essa stessa. E’ qui che lo Stato dovrebbe intervenire. Lo Stato dovrebbe investire nella rete, la quale dovrebbe essere gestita con forme differenti rispetto ad ora, indirizzando l’investimento verso tutti, per far si che tutti i cittadini abbiano l’accesso alla stessa tecnologia. Poi sarebbe il mercato, vero, a giocarsela sui servizi.

La situazione è la stessa anche in altri settori importanti.

Il nostro Paese deve liberarsi di questo modo di pensare l’economia e la politica se vuole crescere per davvero. E non è che la destra agisce in modo diverso dalla sinistra, o viceversa. In economia decidono le lobby, e lo faranno finché lo Stato non inizierà a fare lo Stato.

Voi che ne pensate?

Economia e Sviluppo, Sociale

Capire la “crisi”, trovare la luce!

Crisi” è la parola più pronunciata in tutto il mondo, in questi ultimi mesi. Certamente l’economia sta attraversando un momento di pesante difficoltà. Un momento che sta interessando tutti, o quasi. Non mancano, ovviamente, gli sciacalli; quelli che cercano di ricavare soldi dalle paure delle persone. Scrivono libri, articoli, fanno programmi in TV, cercando di incutere ancora più paura e generando una spirale di oblio nella quale tutti ci sentiamo più insicuri, più tristi, più sfiduciati, peggiorati.

Niente toglie che la crisi si senta e, spesso, in modo pesante. La cosa migliore che possiamo fare in questo momento, però, è ritrovare la fiducia nel presente, che è anche la fiducia nel futuro. E dobbiamo farlo cercando di tornare a sentirci pienamente noi stessi nonostante quello che accade, sapendo che noi “siamo” indipendentemente da quello che possediamo, che facciamo, che gli altri pensano di noi. Nello stesso tempo, cercando di capire la situazione.

La “crisi” ci dice che il modello di economia dell’ultimo ventennio necessita di un aggiustamento. Non è in discussione il mercato. Ma c’è mercato e mercato. L’economia di mercato secondo la mia visione dovrebbe essere maggiormente di tipo “civile“, dove gli scambi tra individui e organizzazioni produttive non siano scissi dai rapporti umani che sono alla base (principio di “reciprocità“, accanto al principo dello “scambio di eqivalenti”) e dove lo Stato si riappropri della funzione di vero regolatore. Questo è mancato, ad esempio, negli Stati Uniti, punto di origine dello sfascio dei mercati finanziari mondiali. Nell’economia di mercato ultra-capitalistica della finanza “basata sul nulla” lo Stato ha perso totalmente la funzione di regolatore, facendo si che a decidere dei destini della finanza americana, ma anche mondiale, fossero delle lobby particolari. Ad esempio, lo scandalo dei mutui subprime e il fallimento delle banche di investimento derivano da questo punto debole. Consentire di investire molto ma molto di più rispetto al proprio capitale e per di più indebitandosi in modo consistente, in favore di investimenti ad altissimo rischio di insolvenza, è stato un azzardo pagato a caro prezzo. E per far questo sono state votate leggi apposite (proposte da un senatore repubblicano, che ha ricevuto poi cospicui finanziamenti elettorali da queste lobby, e firmate da Clinton).

Questo non deve comportare assolutamente il ritorno a forme di statalismo, come alcuni propongono, che nella storia ha causato debiti pubblici incredibilmente alti, o protezionismo, che spesso è sfociato nelle guerre, ma comprendere che:
- nel mondo della finanza ci vogliono regole più chiare e maggiori garanzie di copertura delle operazioni;
- nel mondo produttivo e degli scambi il mercato non sempre porta ad un miglioramento distributivo della ricchezza. Certamente crea maggior benessere complessivo, ma non sempre esso si diffonde con equità nella popolazione. Quindi occorre “umanizzare” il mercato;
- “umanizzare” il mercato significa anche che non basta garantire uguaglianza “nel punto di partenza”, perché il mercato è cosa ben diversa dalla “gara sportiva“. In quest’ultima, un’uguaglianza iniziale è sufficiente a garantire un normale esito del “campionato”, poiché nella gara successiva nessuno parte da una situazione di vantaggio pur essendosi aggiudicato la vittoria o il premio nello stadio precedente; tutti sono nelle stesse condizioni in ogni stadio della gara. Nel mercato, invece, chi vince la prima gara ha la possibilità di modificare a proprio favore le regole del gioco, perché in seguito partirà da una posizione privilegiata.

Quanto alla “crisi”, non ci sarà un nuovo 1929, perché gli errori politici ed economici di allora non si ripeteranno questa volta. L’economia si riprenderà presto (forse il prossimo anno), ma io spero che si capisca che è il momento di guardare oltre. Di puntare ad una nuova economia di mercato a misura d’uomo. Nella finanza si torni ad operare non perdendo di vista il limite oltre il quale non ci si può spingere (e qui, dobbiamo dirlo, le banche italiane ed europee hanno avuto, in generale, una certa cautela). Si capisca che c’è una parte del mondo che può essere considerata un’immensa risorsa di investimenti e non una spazzatura (anche umana); essa può rivelarsi la strada per una nuova crescita globale e un allargamento dei diritti e del benessere anche per quelle popolazioni ancora nella povertà.

In Italia, infine, si comprenda che la strada per tornare ad essere un grande Paese dal punto di vista economico non può non passare per la crescita di investimenti in tecnologia, conoscenza, università, ricerca, e per la crescita del settore dei servizi. Oltre a questo, andrebbe migliorata la situazione del mercato del lavoro (maggiori tutele ai precari), della previdenza (innalzamento età pensionabile per alcuni lavori), del debito pubblico.

Continueremo a parlare più volte di questi argomenti, vorrei dire tante cose ancora, ma non è il caso di dilungarmi oltremodo. Perciò alcuni concetti sulla “crisi” non li ho toccati, visto anche che il cartone animato spiega abbastanza bene alcune cose (ci sarebbe da approfondire, se volete lo faremo in seguito; se avete curiosità, chiedetemele!). A presto!

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