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Amministrazione Pubblica

La Legge taglia-Consiglieri e Assessori tra dubbi e speranze


Foto: Camera dei Deputati - Fonte: www.camera.it

Con l’approvazione al Senato dello scorso 23 marzo, è stato convertito in Legge il decreto (con alcune modifiche apportate alla Camera) che prevede la riduzione significativa di molti ruoli e organismi che fanno riferimento agli enti locali. La Legge ha previsto anche altre misure in favore della Città di Roma, di particolari categorie di Comuni, ulteriori sostegni finanziari per L’Aquila, e deroghe al Patto di Stabilità interno per alcune tipologie di spese e di entrate. Tuttavia, in quest’articolo affronto esclusivamente la questione relativa al cosiddetto “taglia-poltrone”.
Di seguito riporto in modo ordinato le principali misure previste dalla legge:

TAGLIO DI CONSIGLIERI E ASSESSORI
A partire dal 2011 (rinviate di un anno, dunque, le misure previste in finanziaria 2010) il numero dei Consiglieri comunali e provinciali sarà ridotto del 20% (complessivamente si tratterà di circa 40mila unità); il numero degli Assessori, invece, vedrà una riduzione del 25%. Per una maggiore chiarezza, è possibile visionare in maniera analitica queste riduzioni cliccando sul link seguente:

Previsione delle riduzioni di Consiglieri e Assessori

Relativamente ai tagli degli Assessori, il provvedimento vale già da quest’anno per i Comuni e le Province chiamati alle urne. Infatti, la legge prevede che il loro numero non sia superiore ad un quarto dei Consiglieri.
Per fare un esempio, per il Comune di Melendugno i Consiglieri eletti tra quattro anni saranno 12 invece degli attuali 16, mentre gli Assessori saranno 3 invece degli attuali 6.

TAGLIO DI ALTRI RUOLI E ORGANISMI
Dal prossimo anno salteranno numerosi altri ruoli ed organismi che nel tempo erano stati creati all’interno o a supporto degli enti.
In particolare: i difensori civici dei Comuni (effettivamente in molti casi un ruolo mai decollato, quasi sempre frutto di spartizione partitica), le Autorità ATO (Ambito Territoriale Ottimale, che finora si sono occupate della gestione di rifiuti e acqua), le Circoscrizioni nelle città con meno di 250mila abitanti (effettivamente spesso divenuti luoghi per piazzare personaggi non eletti nei Consigli), i Direttori Generali negli enti sotto i 100mila abitanti (tuttavia si aspetterà la scadenza del loro mandato), i Consorzi fra enti locali. Per il taglio ai Consorzi di Bonifica, invece, si rimanda al Codice delle Autonomie.

Dal momento che il mio approccio alle questioni relative alle Pubbliche Amministrazioni (lo sottolineo ancora una volta) è manageriale, strategico, e non burocratico, normativo, mi interessa capire se un provvedimento può funzionare o meno. Cioè, comprendere in profondità le modifiche che avvengono sul piano organizzativo, dei processi, della buona gestione. In definitiva, le modifiche che intervengono sulla capacità dell’ente di organizzarsi per rispondere al meglio ai bisogni dell’utente-cittadino e alle esigenze strategiche che si pongono nella programmazione degli interventi da mettere in atto.
Pertanto se quanto sopra descritto, in prima analisi, può sembrare assolutamente positivo, non è detto che lo sia nell’applicazione. Certamente positive, già a prima vista, sono le soppressioni di enti intermedi inutili che gestiscono materie tranquillamente gestibili senza la necessità di moltiplicare le strutture. Così, è certamente positiva la riduzione del numero dei Consiglieri nei Comuni e nelle Province di medie e grandi dimensioni (che costituiscono una piccola fetta dei Comuni italiani).
Da mettere alla prova, invece, i tagli agli Assessori nei Comuni della fascia di popolazione tra i 3mila e i 10mila abitanti (fascia nella quale rientra il Comune di Melendugno), oppure quella leggermente superiore. Oggi, a fronte di una carenza di personale, spesso gli Assessori si trovano a svolgere un lavoro molto dispendioso in termini di tempo (a volte svolgendo mansioni di competenza degli uffici). Potrebbe accadere che, tagliando il loro numero, venga meno anche una parte di attività indispensabili.
Anche la figura del Direttore Generale, spesso, è divenuta insostituibile nell’ottica del miglioramento organizzativo e gestionale, nonché del conseguimento di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa. Certamente non lo è nel momento in cui esso diviene un ruolo puramente affidato a qualcuno “da accontentare”, che magari non è riuscito ad essere eletto in Consiglio, anziché a persone competenti.
Comunque, sarà tutto da sperimentare. Non vanno trascurati gli aspetti positivi del provvedimento, ma occorre prestare attenzione a tutti gli effetti che esso produrrà, tenendo presente sempre la direzione maestra: l’ente va pensato e regolato, nelle sue articolazioni, nell’ottica di strumento adeguato per la soddisfazione dell’interesse pubblico.

Amministrazione Pubblica, Politica Locale

Non decolla il Project Finance negli enti locali

Dalla Bocconi i risultati di uno studio su 2.236 progetti. La causa: un approccio ancora troppo giuridico allo strumento.

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Fonte immagine: www.scuolaedilelecce.it

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 20/09/2009]

La realtà delle operazioni di Project Finance negli enti locali italiani è impietosa: si osserva, infatti, una mortalità di quasi il 90% di tali operazioni.
E’ il risultato fornito da una ricerca realizzata e pubblicata in un rapporto dell’OCAP (Osservatorio sul Cambiamento delle Amministrazioni Pubbliche) dal nome “Le operazioni di project finance: stato dell’arte e indicazioni per il futuro”, a cura del Prof. Fabio Amatucci e della Prof.ssa Veronica Vecchi (area Public Management and Policy – SDA Bocconi).

Il Project Finance, tradotto spesso in italiano con i termini “finanza di progetto”, è uno strumento impiegato per il finanziamento di opere pubbliche che già da molto tempo viene utilizzato in altri Paesi e la cui diffusione nelle Pubbliche Amministrazioni italiane è stata, in questi anni, notevole. Per fare un esempio, lo scorso anno si calcolava un totale di circa 80 operazioni per Aziende Ospedaliere e di circa 4.000 operazioni riguardanti enti locali.
Purtroppo, però, nonostante in sé lo strumento presenti tutte le caratteristiche affinché, se impiegato in modo coerente, nelle operazioni opportune e con tutte le analisi preliminari di cui necessita, possa essere considerato validissimo nel finanziamento (a impatto “zero” per le Amministrazioni Pubbliche) di opere che possono migliorare in modo sostanziale la qualità della vita dei cittadini, il 90% delle operazioni dell’ultimo triennio non ha trovato realizzazione.

Data la sempre maggiore scarsità di risorse finanziarie a disposizione degli enti locali e i vincoli stringenti del Patto di Stabilità (nato per arginare la crescita della spesa pubblica e garantire la compartecipazione degli enti territoriali agli equilibri generali di finanza pubblica), il Project Finance può rappresentare una leva molto valida per finanziare, mediante capitali privati, investimenti di certe dimensioni e con determinate caratteristiche. Il privato recupera, poi, i mezzi finanziari investiti mediante i ricavi e gli utili derivanti dalla gestione dell’opera (ad esempio, le tariffe di un parcheggio, i canoni di locazione di un edificio pubblico). Pertanto, perché l’operazione possa realizzarsi pienamente, è necessario che il progetto presenti una certa validità in termini economico-finanziari. Le opere per le quali si trova maggiore applicazione dello strumento sono: impianti sportivi, parcheggi, ospedali, cimiteri, edifici pubblici.
Alle motivazioni precedentemente espresse, si possono aggiungere ragioni di natura qualitativa dei progetti o, ancora, di riduzione dei tempi che vanno dalla progettazione al cantiere.

Dalla ricerca in questione, però, emerge il ritratto di una Pubblica Amministrazione ancorata a vecchi principi di gestione. Un approccio strategico-manageriale stenta ancora a diffondersi nei livelli direzionali degli enti locali italiani in favore di un più diffuso approccio giuridico-burocratico alle questioni, in questo caso agli strumenti di finanziamento.
Comprendiamo meglio queste affermazioni analizzando brevemente i dati presentati nella ricerca.
Una precisazione: le operazioni di Project Finance si suddividono in operazioni a iniziativa privata (il privato presenta la proposta di progetto per la realizzazione e successiva gestione dell’opera pubblica) e operazioni a iniziativa pubblica (l’ente presenta un progetto preliminare al quale il privato deve conformarsi).
La ricerca prende in esame le 2.236 operazioni avviate tra il 2005 e il 2008. Tra queste, solo 274 sono state aggiudicate. Il resto (circa il 90%, appunto) si è “perso” nelle fasi intermedie, comportando comunque il sostenimento di costi che si sono poi rivelati inutili, con evidente sperpero di denaro pubblico. Più della metà delle operazioni in esame riguardano iniziativa privata. Tra queste, soltanto il 9% aveva alla base uno studio di fattibilità realizzato dalla stazione appaltante (l’ente).

Tutte le operazioni non realizzate sono fallite perché presentano comprovate mancanze da parte delle relative Amministrazioni. Ne cito alcune. La ricerca dimostra come nella maggior parte dei casi si è trattato di scarsa verifica della pre-fattibilità, dei rischi e dell’impatto nel medio/lungo termine relativi al progetto. Un’altra grave mancanza è attribuibile alla mancanza di chiarezza da parte dell’ente, che ha comportato un’assenza di proposte dei promotori e, quindi, un fallimento dell’intera operazione. Ancora, va sottolineata una scadente programmazione delle finalità dell’investimento con riferimento al contesto territoriale.
Presentati questi dati della ricerca, possiamo riprendere il giudizio sulla questione ed affermare nuovamente e con maggior convinzione che negli enti locali italiani manca ancora un approccio manageriale (attenzione: non va identificato con “il far quadrare i conti!!”) alle politiche da intraprendere in favore delle comunità amministrate ed agli strumenti necessari per poterle realizzare.

Nel caso specifico risulta evidente, ma non si corre alcun rischio se si fa un tentativo di generalizzazione: gli strumenti di finanziamento, in particolare il Project Finance (ma si potrebbe fare l’esempio di tanti altri strumenti finanziari che si è cercato di introdurre negli ultimi anni nella P.A.), vengono ancora osservati e gestiti sottoforma di operazioni giuridiche, sotto l’aspetto puramente procedurale, trascurando gli aspetti e le valutazioni economiche essenziali per la loro validità. La speranza è che in futuro gli enti acquisiscano e impieghino sempre maggiori competenze in tali valutazioni. Anche perché, come affermano i due docenti della Bocconi a commento dei risultati, “l’approfondimento di tali aspetti darebbe maggior potere negoziale alle Amministrazioni Pubbliche nei confronti dei privati” e, dico io, in un momento in cui gli enti sembrano perdere credibilità ed autorevolezza nell’ambiente di riferimento, non è certamente un fatto trascurabile.

Amministrazione Pubblica, Politica Locale

Società partecipate: più politica e più management

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(Fonte immagine: http://www.kdubiq.org)

Rielaborazione da:“Società partecipate: più politica e più management. Con attenzione al cittadino”
[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 20/04/2009]

Una questione di grande importanza nell’economia nazionale e nella Pubblica Amministrazione è quella delle aziende di servizi pubblici di proprietà degli Enti locali, definite “società partecipate” data la loro natura giuridica sotto la forma di società di capitali e la proprietà di tutto o di parte del loro capitale in capo a Comuni e Provincie. Un discorso più ampio andrebbe fatto sulle società partecipate in generale, anche quelle statali e regionali, ma in quest’articolo (per ragioni di spazio ma anche di efficacia dell’analisi) pongo l’attenzione sull’ambito locale.
Una grossa fetta delle società in esame è “a totale partecipazione pubblica”, cioè il capitale è interamente di proprietà dell’Ente locale.
Queste società, di solito nella forma di s.p.a. (società per azioni) o s.r.l. (società a responsabilità limitata), forniscono servizi agli Enti proprietari in base ad un affidamento da parte degli stessi e secondo delle regole precise che la legge ha progressivamente fissato. Una totale o maggioritaria partecipazione dell’Ente nel capitale della società garantisce la possibilità di un affido diretto (“in house”) di servizi pubblici senza la necessità di avviare una gara di selezione pubblica, anche se nel secondo caso occorre comunque procedere alla nomina del socio privato mediante selezione pubblica. Questo avviene in quanto tali società vengono considerate “parte dell’Ente proprietario”, il quale deve risultare beneficiario della quasi totalità delle attività svolte da esse e deve esercitare un controllo su di esse come fossero settori dell’Ente stesso. Tra l’altro quest’impianto è stato soggetto a numerose critiche e volontà di cambiamento (basti pensare alle misure proposte dall’ex Ministro Lanzillotta) perché definito “lesivo della concorrenza”.
L’opportunità di esternalizzare determinate attività mediante l’affido a queste società trova radici sia nella carenza di personale all’interno dell’Ente (elemento che ne impedisce di fatto l’esecuzione in economia) sia nell’esigenza di maggiore flessibilità, competenza, efficienza ed efficacia che una struttura aziendale sul modello privatistico, seppur di proprietà pubblica, può garantire.
La figura della società partecipata si presenta come moderna discendente delle vecchie “municipalizzate”, modello che entrò in crisi per via della cattiva gestione e dei risultati negativi che essa produsse. Non mi soffermo ad analizzare l’evoluzione normativa sull’argomento, che potrebbe partire dai primi del Novecento, in quanto il senso dell’articolo è strettamente economico-manageriale, un parere sulla grande questione della gestione di queste aziende. Comunque vari sono stati gli interventi normativi negli anni Novanta, culminati nell’importante regolamentazione da parte del d.lgs. 267/2000 (TUEL), artt. 112 e ss.
La questione nodale del discorso va posta sulla corporate governance di queste società. Cioè sulle modalità di governo, di decisione e gestione. Perché? L’Ente locale è nello stesso tempo il proprietario e il beneficiario (trasposto nei cittadini) dei servizi pubblici. La società, per sua natura, è orientata ai risultati e all’efficienza, ma si trova a dover erogare servizi pubblici verso l’Ente che deve tutelare l’interesse dei suoi cittadini, pur essendo proprietario (socio) e, dunque, avendo una necessità di orientare la gestione ai risultati. Da una parte orientamento alla massima soddisfazione dell’interesse dei cittadini, massima quantità e qualità dei servizi, dall’altra orientamento all’efficienza e, almeno, al pareggio di bilancio.
Come direbbero i miei maestri di management pubblico, è il famoso dibattito committenza-proprietà che è connaturato alla questione.
Osservando l’andamento delle società partecipate in Italia, dove ce ne sono anche diverse di grandi dimensioni (anche quotate in Borsa), si può vedere come molte di esse abbiano finito per divenire carrozzoni inefficienti asserviti a discutibili decisioni di alcuni politici, generatori di sprechi notevoli, spesso utilizzate per assumere con maggior flessibilità una quantità di lavoratori insostenibile per il loro bilancio. Molte fra esse sono giunte a produrre perdite notevoli e guai seri per le casse degli Enti, chiamati a ripianare le perdite e garantire i creditori a causa della situazione di dissesto delle società.
Nonostante questo, però, non sono sfavorevole ad un rapporto di fiducia tra politici e manager, purché si tratti di manager capaci. Mi spiego. Il futuro della corporate governance di queste società, per risolvere i conflitti o le degenerazioni che negli anni il rapporto committenza-proprietà (aggravato da un cattivo uso delle decisioni politiche) deve essere orientato secondo questa condizione: più politica e più management. Sono profondamente convinto che le società partecipate possano assumere un ruolo sempre migliore, orientato al miglior soddisfacimento dell’interesse pubblico e ad una contemporanea corretta gestione aziendale. Ad una condizione: che la politica riscopra il suo “alto” valore, il suo compito più nobile. In questo senso la politica deve saper esprimere una visione innovativa di lungo periodo, anticipando e interpretando il cambiamento mediante un disegno strategico di ampio respiro in grado di dare risposte ai bisogni emergenti delle comunità amministrate.
Le Amministrazioni devono essere capaci di definire una direzione di marcia per le società partecipate, orientate ad una gestione efficiente ma al contempo diretta alla qualità dei servizi erogati ai cittadini, e operare un opportuno controllo sull’effettiva attuazione. E questo ruolo, la politica (che in questo caso rappresenta la proprietà), lo deve tradurre nella nomina di un management di fiducia, secondo un rapporto virtuoso e fisiologico tra politica e management, capace in concreta autonomia di tradurre a sua volta in atti di gestione le linee guida, l’indirizzo strategico definito. Per realizzare questa visione, quindi, è necessaria più qualità nell’azione politica e più qualità nel management.
Tutto questo nulla ha a che fare con la condizione dell’influenza politica sulle decisioni dell’impresa. Anzi, come detto, è l’unica via per salvaguardare il ruolo alto della politica, l’interesse dei cittadini e la buona gestione.
In ultimo, ma prioritariamente in termini di importanza, occorre dare più forza al cittadino-utente, perché possa avere una sicura tutela mediante, ad esempio, meccanismi ben strutturati di rimborso in caso di performance a livelli inferiori agli standard definiti, e perché possa svolgere un ruolo determinante in termini di corretta informazione e di partecipazione, mediante una valutazione incisiva dei servizi. Queste tesi sono sostenute con forza dai più grandi studiosi della materia e, tra l’altro, miei maestri. In particolare il Prof. Valotti e il Prof. Longo, Università e SDA Bocconi.

Più politica, più management e più cittadino: ecco le mie direttrici per una svolta nella governance delle società partecipate.

[l'argomento è molto delicato e in costante evoluzione normativa, basti pensare alle novità introdotte dal d.l. 112/2008 convertito nella l. 133/2008]

Amministrazione Pubblica

Perché il Bilancio di previsione (Enti Locali) viene approvato così tardi?

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“…ma vorrei capire e ti ringrazio se mi risponderai perchè il bilancio [degli Enti Locali], se si chiama “di previsione”, non viene approvato prima dell’inizio dell’anno. Ogni anno vedo dagli atti pubblicati sul sito del comune che il bilancio viene approvato ad aprile/maggio! Ho fatto un giro su internet e ho visto che è una cosa diffusa in tutta Italia. Che cosa dice la legge?  …Ti sarei grato se mi rispondessi…” - Giuseppe

Ringrazio l’amico Giuseppe per avermi scritto e avermi posto questa domanda, anche perché dimostra spiccato senso civico. Con il suo consenso pubblico parte della sua e-mail e parte della mia risposta (articolata in modo differente) nella speranza che possa essere utile a tutti.

Iniziamo col dire che la materia dell’ordinamento contabile degli Enti Locali è disciplinata, da un po’ di anni, dal “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali” (c.d. TUEL - d.lgs n. 267 del 18 agosto 2000) nella parte Seconda (artt. 149 e ss.), aggiornato con le successive modifiche, e operativamente da altre leggi dello Stato (come il DPR n. 194/1996) , dai c.d. “Principi Contabili” e dai Regolamenti di Contabilità dei singoli Enti. Il Bilancio di Previsione è da sempre, possiamo dirlo, considerato il principale documento in materia contabile e di programmazione finanziaria.
Esso raccoglie gli stanziamenti (previsioni) nelle Entrate e nelle Spese dell’Ente per l’”esercizio” successivo ed ha una funzione “autorizzativa”, nel senso che, mediante l’approvazione da parte dell’organo consiliare (su proposta dell’organo esecutivo), si autorizza l’esecutivo (la Giunta) a “impegnare” le spese previste sulla base degli “accertamenti” in entrata previsti.
[tralascio ulteriori approfondimenti tecnici sul Bilancio, non credo sia la sede più adatta. Se qualcuno vuole, può tranquillamente chiedermeli]

Il tuo dubbio, Giuseppe, è legittimo; intanto ti dico che non è un fatto che riguarda soltanto Melendugno, ma questa è una pratica diffusa da sempre in tutte (o quasi) le Amministrazioni periferiche. Dicevo che il tuo dubbio è legittimo in quanto la legge (art. 151 TUEL) prescrive che il Bilancio di Previsione, insieme a diversi altri documenti (come il Bilancio pluriennale, la Relazione Previsionale e Programmatica, e vari altri allegati), va presentato in Consiglio e deliberato entro il 31 dicembre dell’anno precedente rispetto all’esercizio al quale si riferisce. Anche perché si tratta, appunto, di un documento previsionale sulle Entrate e sulle Spese dell’anno successivo. La stessa legge, però, consente un “differimento” di tale termine in presenza di motivate esigenze, con decreto del Ministro dell’Interno (d’intesa con il Ministero del Tesoro, ecc.). Di solito questo termine viene fatto slittare al 31 marzo, ma è spesso avvenuta un’ulteriore proproga, anche fino al 31 maggio.

Il tempo che intercorre tra l’inizio del nuovo anno e l’approvazione del Bilancio prende il nome di “Esercizio provvisorio“. In quest’arco di tempo, praticamente, si può dar luogo soltanto all’ordinaria amministrazione ed effettuare solo determinate spese vincolate (ad esempio: stipendi, rate dei mutui). Per il resto, è possibile effettuare spese (per ogni singolo sottoaggregato di spesa dal nome “intervento”) in misura  non superiore mensilmente ad un dodicesimo dell’ultimo Bilancio approvato.

Voglio chiarire alcuni aspetti: dal momento che il mio è sempre un approccio strategico alle tematiche amministrative e non burocratico, nonostante la legge preveda la possibilità di prorogare anche di molti mesi l’approvazione del Bilancio, non è detto che questa sia una cosa positiva per l’Ente. Comunque neanche per forza negativa (cioè non è detto che l’approvazione o meno in tempo del Bilancio sia indice dell’efficacia delle politiche pubbliche). Mi spiego…

Data la funzione autorizzativa del Bilancio, cioè la possibilità di dar luogo alle spese previste solo dopo l’approvazione dello stesso, si comprende come un ritardo spesso così consistente riduca i mesi nei quali, durante l’anno, è possibile amministrare nel pieno delle possibilità. Cioè, dar luogo ad investimenti qualificanti per l’azione amministrativa è possibile esclusivamente a partire dall’approvazione del Bilancio. Se questo da un lato è negativo (anche perché non è che le esigenze dei cittadini si prendono mesi di “esercizio provvisorio”…), potrebbe essere anche un comportamento inserito in una buona prassi amministrativa se i primi mesi, ad esempio, fossero impiegati per dar luogo ad una buona programmazione, alla quale conseguissero interventi efficaci (ovviamente tutto da valutare).

Concludendo, ritengo che in linea di massima questa prassi diffusa (conosco, però, diversi Enti che approvano il Bilancio entro dicembre, ad esempio il Comune di Milano), pur consentita dalla legge, non sia estremamente positiva. Consiglierei alle Amministrazioni di lavorare per far si che il ciclo di programmazione porti alla costruzione del Bilancio di previsione entro, al massimo, i primi due mesi dell’anno.

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica

Piano-fotovoltaico per Melendugno

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Ritorno a proporre qualcosa per il bene di Melendugno.
Oggi parlo di energia prodotta da fonti rinnovabili (quelle veramente rinnovabili), in particolare di fotovoltaico. Premetto che io sono molto favorevole all’eolico e soprattutto mi chiedo per quale motivo non sia giunto ancora il momento di stilare un vero e concreto Piano regionale e provinciale sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, individuando quali luoghi siano idonei per l’eolico, e così via. In questo momento c’è un marasma e un’anarchia, con il potere lasciato in mano a soggetti in periferia che spesso non guardano oltre il proprio orto. Così si rischia di lasciare al caso ed avere effetti contrari!

Cominciamo con ordine: in attesa di un vero Piano (migliore di quelli attuali), propongo un mini-Piano per la nostra città. Dato il principio in cui credo, e cioè che le comunità, i villaggi, le città dovrebbero tendere verso l’autonomia energetica mediante l’impiego di fonti rinnovabili (in altri luoghi ho specificato che sono consapevole come si possa solo “tendere”, in generale, all’autonomia e che i consumi industriali, per ora, non possono essere soddisfatti soltanto con fonti rinnovabili), credo che la sfida di oggi sia proprio questa. E nei piccoli Comuni come Melendugno, la sfida può condurre ad una svolta epocale!

Se Melendugno desse valore e seguito ad una Società di proprietà pubblica (già costituita ma lasciata, ad oggi, dormiente - descriverò presto questa idea con numeri e dati alla mano) che gestisse i servizi al turismo, gestendo anche lidi, complessi sportivi e (sognando) edilizia residenziale turistica, si potrebbe dar vita con facilità a questo progetto: “Un piano-fotovoltaico per 300 famiglie di Melendugno“, progetto sperimentale.

In concreto (per maggiore chiarezza ho realizzato uno schema, come potete vedere nell’immagine):
1) Il Comune, tramite la sua Società, contrae un mutuo a tasso agevolato con un Istituto di credito.
2) Essa acquista e installa, mediante il finanziamento bancario e in parte con risorse comunali e comunitarie, pannelli sui tetti delle case di 300 famiglie di Melendugno e sui locali pubblici (scuole, uffici comunali, prossima caserma, cinema, museo, biblioteca) per un totale di Kw di granlunga oltre il fabbisogno delle stesse famiglie. Io vorrei che fossero le 300 famiglie con reddito più basso e che non godano già di altri incentivi assimilabili.
3) L’energia in più prodotta viene immessa e venduta nella rete.
4) Le famiglie pagheranno solo un piccolo contributo mensile (circa 1/5 della bolletta media precedente).
5) I ricavi di vendita  vanno alla Società che li impiega (in modo vincolato) per il pagamento della rata all’istituto di credito o, mediante rinegoziazione del mutuo, ad ulteriori acquisti di pannelli per tante altre famiglie. Creando, così, un circolo virtuoso che produrrà molti introiti finanziari sufficienti ad allargare enormemente la sfera di famiglie che usufruiranno del fotovoltaico.

Nota: il ritorno dell’investimento, in generale, si prevede in circa 16-18 anni.

Risultati:
1) Abbattimento immediato delle bollette per energia elettrica delle famiglie (se si volesse fare una politica di maggiore equità verso altre famiglie che magari hanno bisogno di sostegno economico, si potrebbe distribuire parte di vantaggio anche verso di esse), diciamo almeno del 60%;
2) Tendere sempre più verso l’autonomia energetica;
3) Quando il ritorno dall’investimento sarà progressivamente completato, i relativi pannelli diventeranno di proprietà della Società, con evidenti vantaggi: poiché l’impianto può funzionare ancora per parecchi anni (con una buona manutenzione), da quel momento in poi, il ricavato sarà totalmente a beneficio delle casse della Società e quindi della collettività!! Da quel momento le famiglie non pagheranno più nulla di energia elettrica, gli alti ricavi di vendita dall’energia immessa nella rete saranno impiegati nel riacquisto di altri pannelli per ampliare ancora la platea di cittadini fruitori o per sostituire i vecchi. In questo il mio progetto si differenzia da quelli visti in alcune (pochissime) località italiane.
4) Il tutto, per le famiglie, è gratuito!

Per fare questo c’è bisogno di:
- Un grande progetto, di ampio respiro, indirizzato anche al reperimento di finanziamenti comunitari;
- Generazioni di Amministratori con entusiasmo, competenza, volontà politica e coscienza civica tali da volere fortemente che esso si realizzi.

Spero che non ci renderemo ridicoli lasciandoci sfuggire l’occasione di impiegare il fotovoltaico ora che rende e che le istituzioni pubbliche incentivano, anche con buoni ritorni finanziari.
Per il bene di Melendugno e dei melendugnesi.

P.S.: Conosco anche gli aspetti negativi del fotovoltaico, dal fatto che la loro produzione implichi a sua volta emissioni allo smaltimento, ma credo che non raggiungano mai quelli dei combustibili fossili….!!!!

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica

Cosa respiriamo, meglio saperlo!

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Con quest’articolo inizio a fare delle proposte programmatiche rivolte a chi si candiderà a guidare l’Amministrazione del nostro Comune. Come tutti sappiamo, a giugno si terranno le elezioni amministrative e in questo spazio farò un po’ quello avrei voluto fare con il Forum dei Giovani. Ogni tanto lancerò qualche spunto, qualche idea, qualche proposta. Prima che si facciano i programmi ufficiali raccoglierò tutte queste proposte, le sintetizzerò e le proporrò tutte insieme ai candidati sindaco (ovviamente ogni vostra proposta sarà benvenuta e aggiunta alle mie).

Oggi voglio occuparmi di ambiente. In particolare, senza ritornare a parlare dei tristi fatti accaduti nel passato (mi riferisco a depuratori, acqua, ma anche eternit, fumi derivanti da altri luoghi e tanto altro) e che ancora accadono, e volendomi soffermare sul versante atmosferico, voglio concentrarmi sui mezzi che si potrebbero adottare da qui in avanti per prevenire l’inquinamento.

Ritengo fondamentale un principio: la conoscenza è alla base della serenità, la trasparenza genera pace sociale. L’ho sempre sostenuto e credo sia un nostro diritto sapere cosa beviamo, cosa mangiamo, cosa respiriamo. Nello stesso tempo, è un dovere delle istituzioni garantire quella trasparenza che oggi ancora manca e viene negata, soprattutto nel campo ambientale.

Chiedo:
- l’installazione di una centralina di rilevamento di tutte le particelle potenzialmente inquinanti (so che costa, ma qui servirebbe una grande “forza contrattuale” della nuova amministrazione con quelle istituzioni e quegli enti - esempio ARPA - che possono fare tanto su questo fronte. Infatti chiedo che sia la Regione e quindi l’ARPA a provvedere).
- la pubblicazione sul sito internet del Comune dei rilevamenti atmosferici della centralina (oppure, se rientrasse nella rete ARPA, ovviamente sul sito dell’Agenzia).

L’immagine su esposta è la mappa delle centraline di rilevamento dell’ARPA (http://www.arpa.puglia.it/ReteRilevamento/). Non credete anche voi che ne manchi anche geograficamente una nella zona di Melendugno? Io, fossi nei futuri candidati, mi batterei fino allo sfinimento, con i mezzi più opportuni, pur di riuscire ad averla. Per il bene di tutti, che vale molto di più di mille brutte figure… A presto!