Capire la “crisi”, trovare la luce!

Crisi” è la parola più pronunciata in tutto il mondo, in questi ultimi mesi. Certamente l’economia sta attraversando un momento di pesante difficoltà. Un momento che sta interessando tutti, o quasi. Non mancano, ovviamente, gli sciacalli; quelli che cercano di ricavare soldi dalle paure delle persone. Scrivono libri, articoli, fanno programmi in TV, cercando di incutere ancora più paura e generando una spirale di oblio nella quale tutti ci sentiamo più insicuri, più tristi, più sfiduciati, peggiorati.

Niente toglie che la crisi si senta e, spesso, in modo pesante. La cosa migliore che possiamo fare in questo momento, però, è ritrovare la fiducia nel presente, che è anche la fiducia nel futuro. E dobbiamo farlo cercando di tornare a sentirci pienamente noi stessi nonostante quello che accade, sapendo che noi “siamo” indipendentemente da quello che possediamo, che facciamo, che gli altri pensano di noi. Nello stesso tempo, cercando di capire la situazione.

La “crisi” ci dice che il modello di economia dell’ultimo ventennio necessita di un aggiustamento. Non è in discussione il mercato. Ma c’è mercato e mercato. L’economia di mercato secondo la mia visione dovrebbe essere maggiormente di tipo “civile“, dove gli scambi tra individui e organizzazioni produttive non siano scissi dai rapporti umani che sono alla base (principio di “reciprocità“, accanto al principo dello “scambio di eqivalenti”) e dove lo Stato si riappropri della funzione di vero regolatore. Questo è mancato, ad esempio, negli Stati Uniti, punto di origine dello sfascio dei mercati finanziari mondiali. Nell’economia di mercato ultra-capitalistica della finanza “basata sul nulla” lo Stato ha perso totalmente la funzione di regolatore, facendo si che a decidere dei destini della finanza americana, ma anche mondiale, fossero delle lobby particolari. Ad esempio, lo scandalo dei mutui subprime e il fallimento delle banche di investimento derivano da questo punto debole. Consentire di investire molto ma molto di più rispetto al proprio capitale e per di più indebitandosi in modo consistente, in favore di investimenti ad altissimo rischio di insolvenza, è stato un azzardo pagato a caro prezzo. E per far questo sono state votate leggi apposite (proposte da un senatore repubblicano, che ha ricevuto poi cospicui finanziamenti elettorali da queste lobby, e firmate da Clinton).

Questo non deve comportare assolutamente il ritorno a forme di statalismo, come alcuni propongono, che nella storia ha causato debiti pubblici incredibilmente alti, o protezionismo, che spesso è sfociato nelle guerre, ma comprendere che:
– nel mondo della finanza ci vogliono regole più chiare e maggiori garanzie di copertura delle operazioni;
– nel mondo produttivo e degli scambi il mercato non sempre porta ad un miglioramento distributivo della ricchezza. Certamente crea maggior benessere complessivo, ma non sempre esso si diffonde con equità nella popolazione. Quindi occorre “umanizzare” il mercato;
“umanizzare” il mercato significa anche che non basta garantire uguaglianza “nel punto di partenza”, perché il mercato è cosa ben diversa dalla “gara sportiva“. In quest’ultima, un’uguaglianza iniziale è sufficiente a garantire un normale esito del “campionato”, poiché nella gara successiva nessuno parte da una situazione di vantaggio pur essendosi aggiudicato la vittoria o il premio nello stadio precedente; tutti sono nelle stesse condizioni in ogni stadio della gara. Nel mercato, invece, chi vince la prima gara ha la possibilità di modificare a proprio favore le regole del gioco, perché in seguito partirà da una posizione privilegiata.

Quanto alla “crisi”, non ci sarà un nuovo 1929, perché gli errori politici ed economici di allora non si ripeteranno questa volta. L’economia si riprenderà presto (forse il prossimo anno), ma io spero che si capisca che è il momento di guardare oltre. Di puntare ad una nuova economia di mercato a misura d’uomo. Nella finanza si torni ad operare non perdendo di vista il limite oltre il quale non ci si può spingere (e qui, dobbiamo dirlo, le banche italiane ed europee hanno avuto, in generale, una certa cautela). Si capisca che c’è una parte del mondo che può essere considerata un’immensa risorsa di investimenti e non una spazzatura (anche umana); essa può rivelarsi la strada per una nuova crescita globale e un allargamento dei diritti e del benessere anche per quelle popolazioni ancora nella povertà.

In Italia, infine, si comprenda che la strada per tornare ad essere un grande Paese dal punto di vista economico non può non passare per la crescita di investimenti in tecnologia, conoscenza, università, ricerca, e per la crescita del settore dei servizi. Oltre a questo, andrebbe migliorata la situazione del mercato del lavoro (maggiori tutele ai precari), della previdenza (innalzamento età pensionabile per alcuni lavori), del debito pubblico.

Continueremo a parlare più volte di questi argomenti, vorrei dire tante cose ancora, ma non è il caso di dilungarmi oltremodo. Perciò alcuni concetti sulla “crisi” non li ho toccati, visto anche che il cartone animato spiega abbastanza bene alcune cose (ci sarebbe da approfondire, se volete lo faremo in seguito; se avete curiosità, chiedetemele!). A presto!

4 Commenti

  1. Nicola

    Carissimo Carlo, finalmente ho un pò di tempo per sbirciare nel tuo blog. Come sempre, le mie considerazioni sulle tue qualità vengono puntualmente confermate! Il tema del tuo ultimo intervento, la “CRISI”, è affascinante quanto complicato, dagli esiti incerti e nessuno, ancora oggi, può azzardarsi ad immaginare un epilogo certo per quello che stiamo vivendo. I più illuminati, pochissimi, sono riusciti solo a prevederla, ma come spesso accade nell storie importanti, sono rimaste delle cassandre inascoltate. C’è solo una cosa che mi sento di dire, che nasce più dallo sdegno che dà lucide considerazione, ma a volte la pancià è più vicina alla realtà del cervello, che tende a schematizzare tutto. L’altro giorno ho ricevuto un invito della SDA Bocconi a partecipare ad un convegno sulla crisi dal titolo: “E se ne uscisse un’economia migliore?” Bhe caro Carlo, questa cosa non mi è proprio piaciuta poichè l’ho ritenuta di cattivo gusto! Stiamo ancora cercando di capire cosa sta succedendo e quali danni lascerò la crisi dopo il suo passaggio e già si pensa alla ricostruzione. Come dire, esplicitando la metafora: c’è la guerra, è vero è triste porta morti e tutto ma pensiamo a quali opportunità può darci! Credo che il problema stia proprio qui, nel nostro modo occidentale di speculare su tutto, tanto poi alla fine, come è accaduto per le banche, per Alitalia, e come accadrà per altre cose in futuro (è solo una questione di tempo), il sistema scarica i propri fallimenti sempre sui più deboli. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di contribuire a questa interessantissima discussione. Ci rivedremo presto.
    Nicola

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  2. Giorgio

    Ciao Carlo
    Ti avevo promesso di intervenire e lo voglio fare su un tema che credo ci tocchi molto da vicino, adesso più che mai…oggi molto più di ieri.
    La tua disamina è come al solito puntuale e precisa.
    La mia riflessione è incentrata sulle “colpe” del mercato. Sai che non ne sono mai stato un grosso estimatore poichè come te ne conosco i presupposti alla base. Il lato più civile di questo dovrebbe condurre alla redistribuzione dei beni in maniera da non avere parti contraenti troppo squilibrate tra loro. In questo il mercato ha fallito, poichè il sistema bancario che lo supporta è solo un artificio teorico e perchè questo sistema ha avuto l’innegabile presunzione di ergersi a giudice supremo della condotta globale.
    Ed invece il solo effetto drammaticamente tangibile è stato quello di concentrare le già scarse risorse economiche nelle mani di pochi ricchi…che diventano sempre più pochi non permettendo una naturale redistribuzione a valle. Questo è ciò che ha condotto un sistema quale il mercato comunitario, che vorrei ricordare, nell’atto istitutivo si è spogliato di ogni fine sociale. Questo perchè il diritto commerciale comunitario non pone al centro degli interessi il cittadino (europeo), ma solo la libera ed a volte incotrollata mobilità di uomini e capitali che presto hanno trovato più conveniente emigrare dal suolo italiano per le migliori condizioni esterne.
    Adesso noi ci ritroviamo a fare i conti con una situazione disastrosa.
    Purtroppo ritengo che non sia la fiducia nel fututo prossimo a darci linfa vitale, ma la rabbia di voler cambiare uno stato di cose che sta mortificando le nostre aspirazioni e la voglia di credere in noi stessi.
    Un saluto affettuoso.

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  3. Carlo

    Ciao cari amici, grazie per i vostri interventi di alto livello!!

    Carissimo Nicola (per i lettori: il dott. Nicola Pasquarelli è stato un mio collega nel Master che abbiamo frequentato l’anno scorso in Bocconi, ed è esperto di dinamiche storico-politiche, anche a carattere internazionale), condivido quanto dici sul fatto che dovremmo capire a fondo lo stato attuale, senza superficialità e menefreghismo. Però, come ho scritto, io credo che abbiamo anche una grande occasione: disegnare scenari futuri diversi, più umani, che modifichino il sistema precedente. Se riusciremo a cogliere quest’opportunità, allora la “crisi” potremo, un giorno, anche guardarla con occhi diversi. Se invece tutto ritornasse come prima, avremmo sprecato tutto e ci ritroveremmo di nuovo in un sistema profondamente ingiusto e sleale. Grazie infinite per il tuo contributo!

    Carissimo Giorgio, grazie per le tue riflessioni! Sono d’accordo con la tua analisi e anche sulla critica al mercato comunitario, così come al mercato globale. Io la penso un po’ diversamente, però, sulla concezione dello strumento del ‘mercato’. Nessuno può dimostrare, finora, che la ricchezza complessivamente prodotta dal mercato non sia la più ampia mai prodotta da qualsiasi modello economico. In sostanza, non esiste altro modello che permetta un beneficio complessivo così ampio.
    Eppure, non è detto che efficienza e massima ricchezza facciano rima con equità.
    Una delle massime espressioni del mercato, dalla sua nascita, è quella che vede come obiettivo del mercato il ‘bene comune’. Questa concezione è sparita con l’avvento dell’utilitarismo sin dalla rivoluzione industriale! Ed ecco comparire il mercato basato sul profitto come ‘fine’, non come ‘mezzo’!
    Io rifiuto questa concezione e mi focalizzo sulla prima, che dà spazio al principio di reciprocità, di fraternità (che è successiva alla solidarietà e la supera, poiché con quest’ultima si cerca di garantire a quanti partono in disparità di raggiungere l’uguaglianza, mentre nella fraternità si cerca di far si che quanti partono allo stesso livello possano esprimere le proprie differenze), di bene comune.

    Un altro mercato è possibile, presto farò un articolo su questo.

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  4. Carlo

    Ah… volevo precisare che per me il “mercato” è il luogo ideale per la piena realizzazione degli individui ma, a differenza dei pensatori liberisti-capitalisti, credo fortemente che esso lasciato da solo non porti al migliore benessere per tutti.

    Perciò, secondo la mia visione, il mercato libero non è il mezzo, ma l’orizzonte finale di un lungo processo economico-sociale orientato al bene comune.

    In quel luogo ideale, gli individui avranno piena realizzazione in quanto il dono, la messa in comunione dei beni, ecc., scaturiranno non da imposizioni (che diventano alienazione) ma da azioni di libertà, in un rapporto individuo-propria coscienza-altri individui.

    Un caro saluto!

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