Archive for Febbraio, 2009

Amministrazione Pubblica

Perché il Bilancio di previsione (Enti Locali) viene approvato così tardi?

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“…ma vorrei capire e ti ringrazio se mi risponderai perchè il bilancio [degli Enti Locali], se si chiama “di previsione”, non viene approvato prima dell’inizio dell’anno. Ogni anno vedo dagli atti pubblicati sul sito del comune che il bilancio viene approvato ad aprile/maggio! Ho fatto un giro su internet e ho visto che è una cosa diffusa in tutta Italia. Che cosa dice la legge?  …Ti sarei grato se mi rispondessi…” - Giuseppe

Ringrazio l’amico Giuseppe per avermi scritto e avermi posto questa domanda, anche perché dimostra spiccato senso civico. Con il suo consenso pubblico parte della sua e-mail e parte della mia risposta (articolata in modo differente) nella speranza che possa essere utile a tutti.

Iniziamo col dire che la materia dell’ordinamento contabile degli Enti Locali è disciplinata, da un po’ di anni, dal “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali” (c.d. TUEL - d.lgs n. 267 del 18 agosto 2000) nella parte Seconda (artt. 149 e ss.), aggiornato con le successive modifiche, e operativamente da altre leggi dello Stato (come il DPR n. 194/1996) , dai c.d. “Principi Contabili” e dai Regolamenti di Contabilità dei singoli Enti. Il Bilancio di Previsione è da sempre, possiamo dirlo, considerato il principale documento in materia contabile e di programmazione finanziaria.
Esso raccoglie gli stanziamenti (previsioni) nelle Entrate e nelle Spese dell’Ente per l’”esercizio” successivo ed ha una funzione “autorizzativa”, nel senso che, mediante l’approvazione da parte dell’organo consiliare (su proposta dell’organo esecutivo), si autorizza l’esecutivo (la Giunta) a “impegnare” le spese previste sulla base degli “accertamenti” in entrata previsti.
[tralascio ulteriori approfondimenti tecnici sul Bilancio, non credo sia la sede più adatta. Se qualcuno vuole, può tranquillamente chiedermeli]

Il tuo dubbio, Giuseppe, è legittimo; intanto ti dico che non è un fatto che riguarda soltanto Melendugno, ma questa è una pratica diffusa da sempre in tutte (o quasi) le Amministrazioni periferiche. Dicevo che il tuo dubbio è legittimo in quanto la legge (art. 151 TUEL) prescrive che il Bilancio di Previsione, insieme a diversi altri documenti (come il Bilancio pluriennale, la Relazione Previsionale e Programmatica, e vari altri allegati), va presentato in Consiglio e deliberato entro il 31 dicembre dell’anno precedente rispetto all’esercizio al quale si riferisce. Anche perché si tratta, appunto, di un documento previsionale sulle Entrate e sulle Spese dell’anno successivo. La stessa legge, però, consente un “differimento” di tale termine in presenza di motivate esigenze, con decreto del Ministro dell’Interno (d’intesa con il Ministero del Tesoro, ecc.). Di solito questo termine viene fatto slittare al 31 marzo, ma è spesso avvenuta un’ulteriore proproga, anche fino al 31 maggio.

Il tempo che intercorre tra l’inizio del nuovo anno e l’approvazione del Bilancio prende il nome di “Esercizio provvisorio“. In quest’arco di tempo, praticamente, si può dar luogo soltanto all’ordinaria amministrazione ed effettuare solo determinate spese vincolate (ad esempio: stipendi, rate dei mutui). Per il resto, è possibile effettuare spese (per ogni singolo sottoaggregato di spesa dal nome “intervento”) in misura  non superiore mensilmente ad un dodicesimo dell’ultimo Bilancio approvato.

Voglio chiarire alcuni aspetti: dal momento che il mio è sempre un approccio strategico alle tematiche amministrative e non burocratico, nonostante la legge preveda la possibilità di prorogare anche di molti mesi l’approvazione del Bilancio, non è detto che questa sia una cosa positiva per l’Ente. Comunque neanche per forza negativa (cioè non è detto che l’approvazione o meno in tempo del Bilancio sia indice dell’efficacia delle politiche pubbliche). Mi spiego…

Data la funzione autorizzativa del Bilancio, cioè la possibilità di dar luogo alle spese previste solo dopo l’approvazione dello stesso, si comprende come un ritardo spesso così consistente riduca i mesi nei quali, durante l’anno, è possibile amministrare nel pieno delle possibilità. Cioè, dar luogo ad investimenti qualificanti per l’azione amministrativa è possibile esclusivamente a partire dall’approvazione del Bilancio. Se questo da un lato è negativo (anche perché non è che le esigenze dei cittadini si prendono mesi di “esercizio provvisorio”…), potrebbe essere anche un comportamento inserito in una buona prassi amministrativa se i primi mesi, ad esempio, fossero impiegati per dar luogo ad una buona programmazione, alla quale conseguissero interventi efficaci (ovviamente tutto da valutare).

Concludendo, ritengo che in linea di massima questa prassi diffusa (conosco, però, diversi Enti che approvano il Bilancio entro dicembre, ad esempio il Comune di Milano), pur consentita dalla legge, non sia estremamente positiva. Consiglierei alle Amministrazioni di lavorare per far si che il ciclo di programmazione porti alla costruzione del Bilancio di previsione entro, al massimo, i primi due mesi dell’anno.

Economia e Sviluppo

Crisi: il bastone e la carota!

Le misure concordate dai leaders europei del G20 nel vertice di Berlino di 4 giorni fa sono in parte da condividere. Infatti una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari e, soprattutto, dei prodotti che in essi vengono negoziati (in particolare i “derivati“), è necessaria. Così come le altre misure che sono descritte nel video.

Però mi preme fare una considerazione. Più volte ho espresso il mio pensiero in merito, avrete capito come io non sia un grande sostenitore del sistema economico-finanziario che è andato sviluppandosi nei quindici-vent’anni passati. Nello stesso tempo, però, questo non vuol dire che non sia profondamente convinto dell’importanza della finanza e del mercato. Il problema, però, è che nei decenni passati si è progressivamente dato vita ad un vortice che, sebbene abbia consentito alle economie di crescere (almeno, nella produzione e nel reddito complessivo, non mi soffermo in quest’articolo sull’iniquità della distribuzione di quel reddito o su altri variabili che reputo essenziali) con una rapidità e costanza senza precedenti nella storia, soprattutto ai Paesi già sviluppati ma non solo (sono tanti, infatti, i Paesi emergenti che sono cresciuti moltissimo), si è basato sempre più sull’aleatorietà dei prezzi di mercato e sull’affidarsi a questi per definire il valore patrimoniale di molti beni. Sia nel mercato immobiliare, sia nella valutazione dei patrimoni aziendali. Questo, per fortuna da un lato ma per sfortuna dall’altro, si è verificato soprattutto negli Stati Uniti. “Per sfortuna” in quanto quel mercato condiziona pesantemente, come abbiamo visto, l’andamento di tutti i mercati globali.

Paradossale, infatti, un’osservazione sulla quale raramente ci si sofferma: il “valore” dei mutui americani è pressoché “nullo”, le case americane hanno perso un terzo del loro “valore”, così come molti patrimoni aziendali e, quindi, bancari. Però, se ci pensiamo, i patrimoni, “i mattoni”, stanno tutti lì come prima.
In Italia la crisi sta  avendo meno effetti sulle banche rispetto ad altri Paesi perché, come ho avuto modo di dire in altre sedi e in altri blog, esse hanno fortunatamente investito in titoli “fallimentari” una quota molto piccola, in percentuale, rispetto al proprio patrimonio. E’ questa, poi, la radice del problema americano. Semplificando al massimo, negli Stati Uniti molte banche hanno acquistato titoli rappresentativi dei famosi “mutui subprime” e altri derivati esponendosi per quote complessive pari a molte volte il loro capitale (tecnicamente, spesso hanno acquistato impiegando la cosiddetta “leva finanziaria“, che se ti va bene “sei ok”; se ti va male, sei “finito”!).

Quindi, assolutamente necessaria la regolamentazione (essa andrebbe indirizzata anche con l’obbligo, per le banche, di esporsi al massimo per delle quote predefinite rispetto al proprio capitale).
Ma è sufficiente per uscire dalla crisi?

Purtroppo, qui tutti dobbiamo ammetterlo con razionalità, se vogliamo ricostruire l’economia globale dobbiamo ricostruire il mercato finanziario. E allora servono:
- soluzioni per far tornare la fiducia e far rifiorire il mercato finanziario;
- un nuovo corso che faccia si che la finanza sia sempre più orientata allo sviluppo e non alla ricchezza fine a se stessa.

Per realizzare questi due obiettivi, oltre alla regolamentazione e alle proposte adottate si qui, occorre utilizzare “il bastone e la carota“. In che senso? Nel senso che occorre “prendere a calci” i manager, i tecnici e i politici responsabili a livello mondiale di questi disastri, perché le responsabilità (delle quali ho parlato in precedenti articoli) non vanno dimenticate. Nello stesso tempo, per far riprendere le banche e i mercati, adottare (o non adottare) soluzioni di questo tipo:
1) Assolutamente un “no” secco al protezionismo, soprattutto perché salvando (nel breve termine) un mercato, se ne ammazzano 100; inoltre, il protezionismo è, nella storia, sempre anticamera di guerre!
2) Assolutamente un “no” secco a pure e semplici nazionalizzazioni; non c’è da stupirsi se le borse mondiali hanno reagito malissimo alle nazionalizzazioni fin qui avvenute, negli USA come in Germania. I politici di questi Paesi si aspettavano risultati positivi, invece la situazione è peggiorata. Perché? Perché nazionalizzare, in questo momento, vuol dire acquistare le azioni delle banche al loro prezzo di mercato attuale, che è disastroso! Quindi, vuol dire annullare il “valore” dei capitali degli attuali azionisti.
3) Faccio mia la proposta di alcuni autorevoli economisti. Certamente occorre immettere liquidità nel sistema e la soluzione che gli Stati acquisiscano il capitale delle banche potrebbe andare bene, ma alla condizione che (come detto non sottoforma di semplici nazionalizzazioni) si acquistino le azioni ad un prezzo maggiore di quello attuale (ad esempio corrispondente a quello precedente il disastro dei mercati, ma comunque inferiore a quello medio “normale” di quei titoli relativo alla piena funzionalità dei mercati). Parallelamente, l’obbligo di riacquisto da parte degli azionisti nel momento in cui i prezzi saranno saliti di una certa percentuale al di sopra della soglia alla quale era avvenuto l’acquisto da parte degli Stati.

Questo “giochino finanziario” garantirebbe:
- Aumento di liquidità necessario.
- Aumento progressivo dei prezzi e quindi del valore patrimoniale delle imprese (più che altro, ritorno al valore “normale”), anche e soprattutto bancarie.
- Giovamento per tutti: gli azionisti recupereranno gran parte del capitale andato in fumo in questi mesi, gli Stati recupereranno le somme impiegate per l’acquisto delle azioni e, ancora di più, recupereranno ulteriori risorse dalla tassazione delle plusvalenze derivanti dalla vendita delle azioni ad un prezzo maggiore rispetto al prezzo d’acquisto.
- Ripresa della fiducia degli investitori, dei risparmiatori (la fiducia è  elemento essenziale!).
- Ripresa delle borse e dei mercati.

La speranza, ora, è nelle mani dei decisori a livello mondiale. Speriamo non si lascino sfuggire l’opportunità di risolvere la crisi con soluzioni difficili ma possibili. Ma occorre agire subito!

Sociale

Conosco un’altra umanità!

L’informazione che ci giunge oggi da ogni piattaforma, sprattutto da quella scatola chiamata TV, ci dice una cosa sola: la maggioranza delle persone è cattiva, il male ha preso il sopravvento nel mondo, siamo in un epoca dove homo homini lupus. Gli stimoli, da ogni parte, sono: odiamoci, ognuno viva la sua vita cercando di danneggiare l’altro a suo beneficio.

Io mi ribello a questa logica, voglio andare controcorrente. So che la realtà è un’altra. Conosco un’altra umanità. Un’umanità che mi fa sperare in un futuro migliore. Amici, rendiamoci conto che siamo bombardati dal pessimismo, qualcuno ha costruito un clima di depressione per schiavizzare gli uomini controllando la loro mente e la loro personalità!
Reagiamo e mandiamo a dire a questa gente: credo nel presente, credo nel futuro, credo in questa umanità! Ce la faremo a vincere la sfida per un mondo migliore, ne sono convinto. Quello che segue è il testo della canzone del video, che descrive perfettamente quello che sento e che voglio dire. Il video dovrebbe terminare al 4° minuto (dopo ci sono solo titoli di coda).

Ma dove andremo a finire se continua così?
si sente spesso dire dalla gente qua e là
Continua violenza, scandali, imbrogli e mali:
dove sono finiti i veri, grandi ideali?”
E’ vero, il mondo oggi si dipinge a tinte scure,
si esaltano gli equivoci, le scene crude e dure,
soldi e facili successi col piglia, usa e getta.
Però, mi si permetta: non è questa la sola umanità.

Conosco un’altra umanità
quella che spesso incontro per la strada;
quella che non grida, quella che non schiaccia
per emergere sull’altra gente.
Conosco un’altra umanità
quella che non sa rubare per avere,
ma sarà contenta di guadagnare
il pane con il suo sudore.

Credo, credo in questa umanità
che vive nel silenzio, che ancora sa arrossire
sa abbassare gli occhi e sa scusare.
Questa è l’umanità che mi fa sperare.

Conosco un’altra umanità
quella che ora va controcorrente;
quella che sa dare anche la sua vita
per morire per la propria gente.
Conosco un’altra umanità quella che non cerca mai
il suo posto al sole quando sa che al mondo
per miseria e fame tanta gente muore.

Credo, credo in questa umanità
che abbatte le frontiere, che paga di persona,
che non usa armi, ma sa usare il cuore.
questa è l’umanità che crede nell’amore.

Economia e Sviluppo

Un finto mercato

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Quello che c’è in Italia è un finto mercato.

Oltre al fatto che molte grandi aziende vanno avanti da anni grazie agli aiuti di Stato, c’è da dire che in molti settori, soprattutto quelli che vengono da un passato di monopolio, il mercato non esiste. La vera concorrenza non esiste, con tutti i benefici che porterebbe.
La sana competizione di mercato, ispirato quest’ultimo ai principi che spesso ho sottolineato (e continuerò a farlo), in Italia è solo uno spot.

Partiamo dal presupposto che ad un certo punto era “necessario” che alcuni settori relativi ad alcuni servizi venissero liberalizzati, poiché il beneficio per gli utenti poteva meglio essere realizzato tramite il mercato “non essendo più necessario” soddisfare bisogni pubblici mediante “il pubblico” sia in termini di standard del servizio che di fasce di utenti che possono fruirne (fermo restando che il pubblico potrebbe concorrere, accanto al privato, come un qualsiasi altro attore di mercato). Ma le privatizzazioni sono state false privatizzazioni. E le liberalizzazioni? False anch’esse. Un esempio? Telecom. Come si fa a dire “apriamo al mercato” lasciando nelle mani di uno degli operatori la proprietà della rete? E’ quanto di più assurdo possa esistere.

Non è statalismo, non è mercato, ma allora cos’è? E’ un misto di interessi, politica ed affari.

Infatti, in questo modo, Telecom non avrà interesse ad investire nella rete innovandola, ad esempio investendo in fibra ottica, finché non lo riterrà effettivamente redditizio per essa stessa. E’ qui che lo Stato dovrebbe intervenire. Lo Stato dovrebbe investire nella rete, la quale dovrebbe essere gestita con forme differenti rispetto ad ora, indirizzando l’investimento verso tutti, per far si che tutti i cittadini abbiano l’accesso alla stessa tecnologia. Poi sarebbe il mercato, vero, a giocarsela sui servizi.

La situazione è la stessa anche in altri settori importanti.

Il nostro Paese deve liberarsi di questo modo di pensare l’economia e la politica se vuole crescere per davvero. E non è che la destra agisce in modo diverso dalla sinistra, o viceversa. In economia decidono le lobby, e lo faranno finché lo Stato non inizierà a fare lo Stato.

Voi che ne pensate?

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica, Melendugno, Politica Locale

Piano-fotovoltaico per Melendugno

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Ritorno a proporre qualcosa per il bene di Melendugno.
Oggi parlo di energia prodotta da fonti rinnovabili (quelle veramente rinnovabili), in particolare di fotovoltaico. Premetto che io sono molto favorevole all’eolico e soprattutto mi chiedo per quale motivo non sia giunto ancora il momento di stilare un vero e concreto Piano regionale e provinciale sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, individuando quali luoghi siano idonei per l’eolico, e così via. In questo momento c’è un marasma e un’anarchia, con il potere lasciato in mano a soggetti in periferia che spesso non guardano oltre il proprio orto. Così si rischia di lasciare al caso ed avere effetti contrari!

Cominciamo con ordine: in attesa di un vero Piano (migliore di quelli attuali), propongo un mini-Piano per la nostra città. Dato il principio in cui credo, e cioè che le comunità, i villaggi, le città dovrebbero tendere verso l’autonomia energetica mediante l’impiego di fonti rinnovabili (in altri luoghi ho specificato che sono consapevole come si possa solo “tendere”, in generale, all’autonomia e che i consumi industriali, per ora, non possono essere soddisfatti soltanto con fonti rinnovabili), credo che la sfida di oggi sia proprio questa. E nei piccoli Comuni come Melendugno, la sfida può condurre ad una svolta epocale!

Se Melendugno desse valore e seguito ad una Società di proprietà pubblica (già costituita ma lasciata, ad oggi, dormiente - descriverò presto questa idea con numeri e dati alla mano) che gestisse i servizi al turismo, gestendo anche lidi, complessi sportivi e (sognando) edilizia residenziale turistica, si potrebbe dar vita con facilità a questo progetto: “Un piano-fotovoltaico per 300 famiglie di Melendugno“, progetto sperimentale.

In concreto (per maggiore chiarezza ho realizzato uno schema, come potete vedere nell’immagine):
1) Il Comune, tramite la sua Società, contrae un mutuo a tasso agevolato con un Istituto di credito.
2) Essa acquista e installa, mediante il finanziamento bancario e in parte con risorse comunali e comunitarie, pannelli sui tetti delle case di 300 famiglie di Melendugno e sui locali pubblici (scuole, uffici comunali, prossima caserma, cinema, museo, biblioteca) per un totale di Kw di granlunga oltre il fabbisogno delle stesse famiglie. Io vorrei che fossero le 300 famiglie con reddito più basso e che non godano già di altri incentivi assimilabili.
3) L’energia in più prodotta viene immessa e venduta nella rete.
4) Le famiglie pagheranno solo un piccolo contributo mensile (circa 1/5 della bolletta media precedente).
5) I ricavi di vendita  vanno alla Società che li impiega (in modo vincolato) per il pagamento della rata all’istituto di credito o, mediante rinegoziazione del mutuo, ad ulteriori acquisti di pannelli per tante altre famiglie. Creando, così, un circolo virtuoso che produrrà molti introiti finanziari sufficienti ad allargare enormemente la sfera di famiglie che usufruiranno del fotovoltaico.

Nota: il ritorno dell’investimento, in generale, si prevede in circa 16-18 anni.

Risultati:
1) Abbattimento immediato delle bollette per energia elettrica delle famiglie (se si volesse fare una politica di maggiore equità verso altre famiglie che magari hanno bisogno di sostegno economico, si potrebbe distribuire parte di vantaggio anche verso di esse), diciamo almeno del 60%;
2) Tendere sempre più verso l’autonomia energetica;
3) Quando il ritorno dall’investimento sarà progressivamente completato, i relativi pannelli diventeranno di proprietà della Società, con evidenti vantaggi: poiché l’impianto può funzionare ancora per parecchi anni (con una buona manutenzione), da quel momento in poi, il ricavato sarà totalmente a beneficio delle casse della Società e quindi della collettività!! Da quel momento le famiglie non pagheranno più nulla di energia elettrica, gli alti ricavi di vendita dall’energia immessa nella rete saranno impiegati nel riacquisto di altri pannelli per ampliare ancora la platea di cittadini fruitori o per sostituire i vecchi. In questo il mio progetto si differenzia da quelli visti in alcune (pochissime) località italiane.
4) Il tutto, per le famiglie, è gratuito!

Per fare questo c’è bisogno di:
- Un grande progetto, di ampio respiro, indirizzato anche al reperimento di finanziamenti comunitari;
- Generazioni di Amministratori con entusiasmo, competenza, volontà politica e coscienza civica tali da volere fortemente che esso si realizzi.

Spero che non ci renderemo ridicoli lasciandoci sfuggire l’occasione di impiegare il fotovoltaico ora che rende e che le istituzioni pubbliche incentivano, anche con buoni ritorni finanziari.
Per il bene di Melendugno e dei melendugnesi.

P.S.: Conosco anche gli aspetti negativi del fotovoltaico, dal fatto che la loro produzione implichi a sua volta emissioni allo smaltimento, ma credo che non raggiungano mai quelli dei combustibili fossili….!!!!

Economia e Sviluppo, Sociale

Capire la “crisi”, trovare la luce!

Crisi” è la parola più pronunciata in tutto il mondo, in questi ultimi mesi. Certamente l’economia sta attraversando un momento di pesante difficoltà. Un momento che sta interessando tutti, o quasi. Non mancano, ovviamente, gli sciacalli; quelli che cercano di ricavare soldi dalle paure delle persone. Scrivono libri, articoli, fanno programmi in TV, cercando di incutere ancora più paura e generando una spirale di oblio nella quale tutti ci sentiamo più insicuri, più tristi, più sfiduciati, peggiorati.

Niente toglie che la crisi si senta e, spesso, in modo pesante. La cosa migliore che possiamo fare in questo momento, però, è ritrovare la fiducia nel presente, che è anche la fiducia nel futuro. E dobbiamo farlo cercando di tornare a sentirci pienamente noi stessi nonostante quello che accade, sapendo che noi “siamo” indipendentemente da quello che possediamo, che facciamo, che gli altri pensano di noi. Nello stesso tempo, cercando di capire la situazione.

La “crisi” ci dice che il modello di economia dell’ultimo ventennio necessita di un aggiustamento. Non è in discussione il mercato. Ma c’è mercato e mercato. L’economia di mercato secondo la mia visione dovrebbe essere maggiormente di tipo “civile“, dove gli scambi tra individui e organizzazioni produttive non siano scissi dai rapporti umani che sono alla base (principio di “reciprocità“, accanto al principo dello “scambio di eqivalenti”) e dove lo Stato si riappropri della funzione di vero regolatore. Questo è mancato, ad esempio, negli Stati Uniti, punto di origine dello sfascio dei mercati finanziari mondiali. Nell’economia di mercato ultra-capitalistica della finanza “basata sul nulla” lo Stato ha perso totalmente la funzione di regolatore, facendo si che a decidere dei destini della finanza americana, ma anche mondiale, fossero delle lobby particolari. Ad esempio, lo scandalo dei mutui subprime e il fallimento delle banche di investimento derivano da questo punto debole. Consentire di investire molto ma molto di più rispetto al proprio capitale e per di più indebitandosi in modo consistente, in favore di investimenti ad altissimo rischio di insolvenza, è stato un azzardo pagato a caro prezzo. E per far questo sono state votate leggi apposite (proposte da un senatore repubblicano, che ha ricevuto poi cospicui finanziamenti elettorali da queste lobby, e firmate da Clinton).

Questo non deve comportare assolutamente il ritorno a forme di statalismo, come alcuni propongono, che nella storia ha causato debiti pubblici incredibilmente alti, o protezionismo, che spesso è sfociato nelle guerre, ma comprendere che:
- nel mondo della finanza ci vogliono regole più chiare e maggiori garanzie di copertura delle operazioni;
- nel mondo produttivo e degli scambi il mercato non sempre porta ad un miglioramento distributivo della ricchezza. Certamente crea maggior benessere complessivo, ma non sempre esso si diffonde con equità nella popolazione. Quindi occorre “umanizzare” il mercato;
- “umanizzare” il mercato significa anche che non basta garantire uguaglianza “nel punto di partenza”, perché il mercato è cosa ben diversa dalla “gara sportiva“. In quest’ultima, un’uguaglianza iniziale è sufficiente a garantire un normale esito del “campionato”, poiché nella gara successiva nessuno parte da una situazione di vantaggio pur essendosi aggiudicato la vittoria o il premio nello stadio precedente; tutti sono nelle stesse condizioni in ogni stadio della gara. Nel mercato, invece, chi vince la prima gara ha la possibilità di modificare a proprio favore le regole del gioco, perché in seguito partirà da una posizione privilegiata.

Quanto alla “crisi”, non ci sarà un nuovo 1929, perché gli errori politici ed economici di allora non si ripeteranno questa volta. L’economia si riprenderà presto (forse il prossimo anno), ma io spero che si capisca che è il momento di guardare oltre. Di puntare ad una nuova economia di mercato a misura d’uomo. Nella finanza si torni ad operare non perdendo di vista il limite oltre il quale non ci si può spingere (e qui, dobbiamo dirlo, le banche italiane ed europee hanno avuto, in generale, una certa cautela). Si capisca che c’è una parte del mondo che può essere considerata un’immensa risorsa di investimenti e non una spazzatura (anche umana); essa può rivelarsi la strada per una nuova crescita globale e un allargamento dei diritti e del benessere anche per quelle popolazioni ancora nella povertà.

In Italia, infine, si comprenda che la strada per tornare ad essere un grande Paese dal punto di vista economico non può non passare per la crescita di investimenti in tecnologia, conoscenza, università, ricerca, e per la crescita del settore dei servizi. Oltre a questo, andrebbe migliorata la situazione del mercato del lavoro (maggiori tutele ai precari), della previdenza (innalzamento età pensionabile per alcuni lavori), del debito pubblico.

Continueremo a parlare più volte di questi argomenti, vorrei dire tante cose ancora, ma non è il caso di dilungarmi oltremodo. Perciò alcuni concetti sulla “crisi” non li ho toccati, visto anche che il cartone animato spiega abbastanza bene alcune cose (ci sarebbe da approfondire, se volete lo faremo in seguito; se avete curiosità, chiedetemele!). A presto!