Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Melendugno, Politica Locale

Il GAL Terra d’Otranto e i benefici per l’economia locale

E’ passato un po’ di tempo dal precedente articolo in materia. Oggi torno a parlare dei GAL, in particolare del GAL Terra d’Otranto, realtà nella quale mi onoro di operare. Questa volta, da melendugnese, voglio dare un taglio più locale alla questione, cercando di fare emergere l’impatto del nostro lavoro sull’economia della nostra città.

Premetto: ogni comune del territorio afferente al GAL Terra d’Otranto ha gli stessi benefici, accede alle stesse condizioni, ha ed avrà la stessa ricaduta economica e sociale grazie alle risorse che vengono e che verranno investite. Oggi voglio fornire un quadro della realtà locale rivolgendo lo sguardo sul territorio melendugnese per ovvie ragioni affettive, certo che i lettori cittadini degli altri 23 comuni del territorio-GAL si sentiranno ugualmente soddisfatti, proprio per quanto detto in premessa. Il bello di questi interventi, infatti, sta proprio nel fatto di considerare un territorio sovracomunale nella sua unità e interezza!

Dopo sei mesi di intenso lavoro, posso finalmente dire con viva soddisfazione che Melendugno (ripeto, al pari di tutti gli altri comuni del territorio) vedrà movimentare al suo interno risorse pari a circa 3 milioni di euro! Esse sono destinate a finanziare 20 progetti approvati da realizzare nel territorio melendugnese (alcuni sono già in fase di accredito degli anticipi da parte di AGEA) di riqualificazione, ammodernamento, ristrutturazione, relativi alla nascita di agriturismo, affittacamere, masserie didattiche e fattorie sociali, realizzando l’obiettivo di diversificare l’attività agricola. Inoltre, gli interventi riguardano la realizzazione di spazi aziendali relativi alla produzione e commercializzazione di prodotti artigianali, commercializzazione e promozione dell’offerta di turismo rurale. La maggior parte dei progetti riguarda soggetti del posto.

Tali risorse riguardano contributi derivanti dall’Unione Europea, fondo FEASR, con i quali viene finanziato a fondo perduto il 50% di un progetto. Il restante 50% è a carico del privato. Quindi, dei suddetti circa 3 milioni di euro, la metà è a carico dell’UE e la metà a carico dei privati. Questo comporterà l’ampliamento di imprese già esistenti, l’avvio di nuove attività, quindi nuovi posti di lavoro e tanto lavoro per ditte fornitrici locali dei settori edile, agricolo, impiantistica elettrica ed idraulica, arredamento, generi alimentari, ecc

Non finisce qui, nel senso che tantissimi altri interventi si prevedono nei prossimi mesi e anni. Ad esempio (ripreso dall’articolo precedente): itinerari naturalistici ed enogastronomici (progettati dal GAL con l’attenzione a non sovrapporsi con progetti già in essere), centri di informazione e accoglienza turistica, agenzia turistica, recupero di elementi tipici del patrimonio rurale (come chiese rurali, furnieddri, pajare, frantoi ipogei, ecc.), recupero di strutture rurali da adibire a piccoli musei/centri culturali-documentali, tutela degli olivi secolari, mini interventi di produzione di energia da fonti rinnovabili, servizi di carattere didattico e ricreativo per giovani, altri servizi di utilità sociale per anziani e disabili (pet therapy, horticulture terapy, agroterapia, ippoterapia, ecc.), artigianato tipico (recupero dei vecchi mestieri) e tanto altro.

In conclusione: non sarà la panacea di tutti i mali, non sarà nemmeno la soluzione strutturale ad annosi problemi che riguardano il sistema-Paese a livello globale, non sarà una rivoluzione, tuttavia può essere considerata certamente una boccata d’ossigeno non trascurabile in un momento di forte crisi economica che sta portando sul lastrico numerose famiglie ed imprese, con ripercussioni gravi nel mondo del lavoro. Oltre ovviamente a costituire un’importante leva di sviluppo per il management del territorio, poiché i finanziamenti comunitari restano una delle leve più importanti anche per la finanza locale in un mutato scenario nella gestione degli Enti territoriali.

Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Melendugno, Politica Locale

I Gruppi di Azione Locale e lo sviluppo del territorio: la mia esperienza al GAL Terra d’Otranto

Cari amici, dopo qualche mese di assenza torno a scrivere su questo mio spazio rivolto a tutti voi, ringraziandovi come sempre per la lettura e per tutti i contributi che vorrete dare.

Oggi voglio informarvi su una realtà che è divenuta molto importante nella mia attività quotidiana ma anche per lo sviluppo della nostra terra. Lo sviluppo locale del nostro territorio passa, da un po’ di anni, anche dalle politiche e dalle risorse comunitarie in materia di Sviluppo Rurale.
Così, nelle varie programmazioni che si sono succedute, tali risorse (Fondo FEASR), unite a quelle nazionali, sono state indirizzate alle varie Regioni che ne hanno programmato la spesa tramite il Programma di Sviluppo Rurale (PSR). In questa programmazione, 2007-2013, l’UE e le Regioni hanno fatto tesoro dei punti di debolezza e degli errori del passato.

L’attuale PSR si articola in 4 Assi di intervento, suddivisi in diverse Misure. I primi due sono gestiti a livello centrale dalla Regione, gli altri due sono gestiti tramite degli organismi decentrati, operanti nei diversi territori: i Gruppi di Azione Locale (GAL). Essi sono delle partnership pubblico-private (i soci sono Comuni, Università e Aziende del territorio), di solito nella forma di Società Consortile a Responsabilità Limitata o di Società a Responsabilità Limitata, che hanno il compito principale di fungere da periferia, da organismi di prossimità nei territori per meglio progammarne e realizzarne lo Sviluppo.
In particolare, i GAL programmano e finanziano interventi a valere sulle risorse dell’Asse III del PSR, in base al cosiddetto “approccio LEADER”, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dal basso.

Tali risorse vengono localizzate tramite la redazione ed approvazione per ciascun GAL del Piano di Sviluppo Locale (PSL) che individua le risorse da impiegare nel territorio di competenza, gli obiettivi, le strategie, le misure e le relative azioni.
In Puglia, in questa programmazione 2007-2013, i GAL sono 25. Melendugno, insieme ad altri 23 Comuni, appartiene al GAL Terra d’Otranto (all’interno del quale personalmente svolgo il ruolo di Responsabile di Misura).
Ogni GAL finanzia specifiche Misure (ed azioni) alle quali gli operatori del territorio partecipano tramite i Bandi Pubblici che periodicamente vengono pubblicati. Si tratta di finanziamenti che prevedono solitamente il 50% a fondo perduto.

Attualmente il territorio sta rispondendo bene, certamente nel tempo lo farà sempre meglio. L’interesse e l’obiettivo di un GAL è finanziare quanti più progetti possibile, nessuno vuol far “tornare indietro” risorse comunitarie… perciò siamo quotidianamente al lavoro senza risparmio di energie e di tempo per realizzare questi obiettivi.
E’ un onore per me poter collaborare con professionisti di grande spessore, esperienza e competenza. Tutti noi amiamo davvero la nostra terra e vogliamo dare il nostro contributo; gli operatori del territorio che quotidianamente entrano in contatto con noi possono testimoniarlo certamente.

I bandi pubblicati dal GAL prevedono una procedura definita come “stop and go“. Il bando pubblicato resta aperto per un bimestre (salvo proroghe), poi chiude per un mese (periodo nel quale noi verifichiamo la “ricevibilità” delle domande, vale a dire una corrispondenza formale con le richieste del bando, e la Commissione Tecnica di Valutazione stila una graduatoria dei punteggi in base alla griglia presente nel bando fino al monte complessivo di risorse). Al termine di questo mese, qualora residuassero risorse (ad esempio perché sono pervenute meno domande rispetto al monte risorse disponibile oppure perché qualcuna è stata dichiarata “irricevibile”) il bando si riapre automaticamente (contemporaneamente parte la fase di istruttoria tecnico-amministrativa per le domande del bimestre in graduatoria).
Al termine dell’istruttoria i progetti con esito favorevole sono ammessi a finanziamento e, se tutto va bene, nel giro di qualche settimana i beneficiari possono già fare richiesta di anticipo di pagamento per una percentuale.
Così, il bando si chiude e si riapre fino all’auspicabile esaurimento delle risorse previste per quell’azione!

Vi dico fin da subito che in ogni caso c’è un’attenzione scrupolosa affinché tutti i progetti conservino la compatibilità con la propria natura. Tutto questo è un impegno per tutti noi oltre che un dovere (ci sono delle apposite prescrizioni nei bandi e certificazioni o perizie da allegare ai progetti). Anche perché tutto sarà oggetto di controlli in loco oltre che di controlli successivi (vi posso garantire che si tratta di controlli minuziosi da parte delle Autorità Regionali, Nazionali e Comunitarie).

Perciò, l’attenzione alla qualità, alle esigenze reali del territorio e ad una corretta gestione della spesa, sono i punti cardine del nostro operare. Posso sin da ora affermare che sono molto soddisfatto per il lavoro fin qui svolto e che ci apprestiamo a svolgere nei prossimi mesi ed anni.
Nella prima istruttoria, conclusa a fine settembre, le risorse pubbliche destinate ai progetti finanziati (20 progetti per 19 aziende) sono pari a circa 1 milione e mezzo di euro, per investimenti complessivi pari a circa 3 milioni di euro. Si tratta di investimenti nell’intero territorio del GAL mirati alla diversificazione dell’attività dell’azienda agricola, in particolare nell’agriturismo e nella commercializzazione di prodotti agricoli e artigianali.
Tutto questo si traduce in un buon indotto che si crea per tutti i lavori che saranno effettuati e per i nuovi posti di lavoro che si creeranno.

Si procederà nei prossimi mesi a finanziare progetti di affittacamere, itinerari naturalistici ed enogastronomici (progettati dal GAL con l’attenzione a non sovrapporsi con progetti già in essere), centri di informazione e accoglienza turistica, agenzia turistica, recupero di elementi tipici del patrimonio rurale (come chiese rurali, furnieddri, pajare, frantoi ipogei, ecc.), recupero di strutture rurali da adibire a piccoli musei/centri culturali-documentali, tutela degli olivi secolari, mini interventi di produzione di energia da fonti rinnovabili, servizi di carattere didattico e ricreativo per giovani, altri servizi di utilità sociale per anziani e disabili (pet therapy, horticulture terapy, agroterapia, ippoterapia, ecc.), artigianato tipico (recupero dei vecchi mestieri) e tanto altro.

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Informazione

Servizi Pubblici Locali, nucleare, legittimo impedimento. Perché votare SI ai Referendum

Cari amici, ben trovati. Mi scuso in anticipo per la lunghezza! Personalmente non credo che sia sufficiente prendere posizione, ma è necessario che essa sia supportata da una riflessione consapevole e da motivazioni chiare. Vi comunico le mie relativamente ai miei SI ai Referendum del 12 e 13 giugno.
Ritengo opportuno fare una premessa. La mia posizione favorevole all’abrogazione delle norme oggetto di Referendum non significa nel modo più assoluto che mi piaccia la situazione precedente. Non credo si possa essere conservatori di una situazione che, è il caso di dire, “fa acqua da tutte le parti”. E mi riferisco sia al discorso della gestione dei Servizi Pubblici Locali (dei quali il servizio idrico è solo una parte), sia alla questione energetica.
I Servizi Pubblici Locali sono stati spesso oggetto di tentativi di riforma nel senso di una maggiore liberalizzazione. Nel tempo, infatti, a partire dalle “municipalizzate” fino alle società di stampo privatistico ma di proprietà pubblica, qualità, efficienza ed efficacia del servizio offerto alla collettività sono state in molti casi soppiantate da performance ampiamente negative (sulla questione delle società partecipate potete leggere un articolo da me scritto un po’ di tempo fa cliccando qui). Dato il quadro, l’UE ha invitato negli anni i nostri Governi ad operare opportune politiche di “liberalizzazione” nel settore. Già negli anni Novanta sono state approvate leggi importanti in questo senso. Ultimamente anche il ministro Lanzillotta (Governo Prodi) aveva proposto un disegno di legge che avrebbe limitato fortemente l’intervento pubblico nella gestione dei Servizi Pubblici Locali.
Qui subentra una delle grandi questioni del management pubblico, della concezione dell’economia pubblica: come organizzare la migliore risposta a bisogni pubblici. Mediante beni e servizi pubblici gestiti dal pubblico? Mediante beni privati ma con finalità pubbliche? Oppure mediante beni pubblici ma gestiti dal privato? Vi sono diversità di punti di vista. Tenendo saldo l’obiettivo di migliorare la qualità del servizio e l’equità della sua fruizione, nonché delle tariffe, io credo che la via migliore sia una “giusta” liberalizzazione. Ciò significa permettere agli enti locali di scegliere quale sia la via migliore, in base a determinati parametri, per l’organizzazione della risposta ai bisogni pubblici. Libertà di scelta, quindi. Ad esempio, se un Comune è virtuoso e ritiene di poter organizzare una risposta di tipo “pubblico” a un bisogno pubblico, lo deve poter fare. Così, se la via migliore è affidare in appalto ad operatori privati la gestione di un servizio, lo deve poter fare. E in parte i provvedimenti susseguitisi nel tempo, comprese parti delle norme oggetto di referendum al quesito N. 1, sono andati in questa direzione.
Fatta questa lunga premessa, occorre precisare dunque che il quesito N.1 si riferisce a leggi che riguardano tanti Servizi Pubblici Locali dei quali il servizio idrico è parte. Però, poiché l’obiettivo è cancellare questi provvedimenti con esclusivo riferimento all’acqua, al servizio idrico, si deve passare obbligatoriamente dall’abrogazione dell’intero impianto legislativo, per poi far tornare il Parlamento a legiferare sulla materia (escludendo il servizio idrico) relativamente a tutti gli altri Servizi Pubblici Locali nella direzione di una giusta liberalizzazione.
A mio avviso, il SI al quesito N.1 è giusto in quanto tutto ciò che ho scritto sopra non può essere riferito all’acqua. Ritengo l’acqua l’unico bene pubblico la cui gestione dovrà restare per sempre di esclusiva prerogativa del pubblico. Tuttavia la situazione attuale non è confortante. Le reti idriche perdono, nel percorso che va dalla fonte ai nostri rubinetti, mediamente più del 50% dell’acqua che trasportano. Credo, però, che il pubblico sia l’unico soggetto che possa effettuare i dovuti investimenti (che vanno effettuati con urgenza) senza caricarne l’onere, in modo eccessivo e poco equo, sulle tariffe pagate dagli utenti. Solo il pubblico può, con una buona gestione, tenere effettivamente sotto controllo il livello tariffario. Tutto questo non giustifica, però, la gestione scriteriata e disastrosa a cui spesso abbiamo assistito e non solleva gli enti dalla necessità di investire per migliorare questo servizio di primaria importanza.
Il SI al quesito N.2 è direttamente conseguente al primo. Il Parlamento dovrà escludere l’acqua dall’obbligo di una percentuale minima di remunerazione del capitale investito dal privato mediante tariffe. In realtà, laddove si consente l’ingresso del privato nella gestione di un servizio, la remunerazione del capitale investito è una naturale conseguenza. Non si può impedire a un imprenditore di conseguire remunerazione rispetto ai propri investimenti. Perciò, questo principio cade in quanto cade la questione relativa al quesito N.1.
Sul nucleare, poco da dire… Nel momento in cui Paesi come la Germania e la Svizzera, che da decenni scommettono sul nucleare, decidono di avviare il processo di smantellamento delle attuali centrali, sembra davvero fuori da ogni logica puntare su una tecnologia che, oltre a non risolvere minimamente il problema energetico, risulta vecchia (soprattutto in termini di produzione di scorie radioattive, che dovranno essere stoccate per sempre in qualche luogo del nostro territorio) e potenzialmente catastrofica. Il SI al quesito N.3 è un NO netto a questo nucleare, ma anche qui non per fare i conservatori di una situazione che, comunque, necessita di interventi decisivi. Un piano nazionale sull’energia dovrà giustamente prevedere un congruo mix delle varie fonti (sempre meno fossili). Credo che vada previsto uno sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili (uffici pubblici, ospedali, scuole, università, impianti sportivi, abitazioni private), tenendo conto di un maggior rispetto per il territorio. In più si dovrebbe puntare in questo momento sulla ricerca per un nucleare diverso (penso alla “fusione”, ai filoni di ricerca del Nobel Prof. Carlo Rubbia, che è dovuto scappare in Spagna per proseguire il suo lavoro!), che possa anche eliminare il problema dei problemi: le scorie (si parla di una possibilità di bruciare le scorie all’interno dello stesso processo). Se non sarà possibile, il nucleare come oggi lo conosciamo non dovrà essere preso mai più in considerazione.
Infine, le motivazioni legate al SI al quesito N. 4 sul “legittimo impedimento”. Questa legge (sulla quale è già intervenuta la Corte Costituzionale), in realtà, cesserà presto di produrre effetti. Nonostante ciò, è a mio avviso importante far comprendere come in nessun caso si possa agire per costruire leggi ad personam, soprattutto in materia di giustizia. Questa circostanza si è resa ancora più evidente quando è stata prevista l’estensione della protezione ai Ministri. Poi si può avviare una discussione serena su alcuni punti, ma sgomberando il campo dal dubbio che si tratti di provvedimenti costruiti per casi specifici. Buon voto!!!

Ambiente ed Energia, Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Informazione

La Rete è l’unica possibilità per la riuscita dei Referendum 2011

L’occasione dei Referendum del 12 e 13 giugno 2011 assume oggi un’importanza notevole. Lo strumento del Referendum abrogativo (previsto dalla Costituzione, art. 75, come possibilità data al corpo elettorale di abrogare, eliminare, una legge o un atto avente forza di legge per quasi tutte le materie), infatti, rappresenta uno degli strumenti più importanti di democrazia diretta. Tuttavia, perché esso sia valido, è necessario che si raggiunga un minimo di voti espressamente previsto: il cosiddetto “quorum”. Si tratta della maggioranza assoluta degli aventi diritto (50%+1). E’ evidente come il raggiungimento del quorum non sia cosa semplice. Un po’ per lo scarso interesse che il Referendum in genere suscita in determinate fasce di elettorato; un po’ perché, paradossalmente, nel nostro Paese è presente un “movimento silenzioso” che rema contro, che cerca in tutti i modi di evitare il dibattito, che ha l’obiettivo di mettere tutto “sotto coperta” in modo tale da non far raggiungere il quorum che validerebbe il Referendum.
Come tanti altri, anche questo è un assurdo paradosso del nostro Paese. Si preferisce lo spreco di risorse pubbliche a un momento che dovrebbe rappresentare una bellissima pagina di democrazia.
Ma da chi è rappresentato questo “movimento silenzioso” della disinformazione? Semplice, dal fronte del NO (vi ricordo che nel Referendum abrogativo il SI equivale alla volontà di abrogare).
Non sarebbe più opportuno, per essi, informare e sostenere le ragioni del NO? Altrettanto semplice, assolutamente no. E’ molto più comodo e “vigliacco” sfruttare la tendenza dell’astensione (già presente in grande misura) per poi sostenere una vittoria che, in realtà, non è tale.
Ormai sembra fiato sprecato, ma tutti dovremmo chiedere a gran voce che si parli di questi Referendum e che il fronte del NO (che dovrebbe essere rappresentato in prima istanza dalla maggioranza parlamentare che ha approvato le leggi e i decreti oggetto di Referendum) abbia il coraggio di uscire allo scoperto e sostenere le proprie ragioni, dando anche al fronte del SI la possibilità di opporre le proprie. Ma si sa, il timore di una sconfitta che assumerebbe il carattere politico è enorme!!!
In definitiva, cari amici, spetta a ciascuno di noi, grazie alla Rete, ai Social Network, ai Blog, ecc, questo dovere morale e civico di diffondere l’informazione e sostenere una linea, poiché i “potenti” non lo faranno. E la Rete ha dimostrato di essere quel luogo straordinario dove i ruoli e il potere, spesso, possono essere invertiti!
Ora, sinteticamente, fornisco un’informazione sui prossimi Referendum. Come detto si vota nelle giornate del 12 (dalle 8 alle 22) e 13 (dalle 7 alle 15) giugno prossimi.

Referendum popolare N.1
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato l’art. 23 bis (Ser­vizi pub­blici lo­cali di ri­le­vanza eco­no­mica) del de­creto legge 25 giu­gno 2008 n.112 “Di­spo­si­zioni ur­genti per lo svi­luppo eco­no­mico, la sempli­fi­ca­zione, la com­pe­ti­ti­vità, la sta­bi­liz­za­zione della fi­nanza pub­blica e la pe­re­qua­zione tributa­ria” con­ver­tito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 6 ago­sto 2008, n.133, come mo­di­fi­cato dall’art.30, comma 26 della legge 23 lu­glio 2009, n.99 re­cante “Di­spo­si­zioni per lo svi­luppo e l’internazionalizzazione delle im­prese, non­ché in ma­te­ria di ener­gia” e dall’art.15 del de­creto legge 25 set­tem­bre 2009, n.135, re­cante “Di­spo­si­zioni ur­genti per l’attuazione di ob­bli­ghi comunitari e per l’esecuzione di sen­tenze della corte di giu­sti­zia della Co­mu­nità eu­ro­pea” convertito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 20 no­vem­bre 2009, n.166, nel te­sto ri­sul­tante a se­guito della sen­tenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?”.
La normativa in oggetto prevede che la gestione del servizio idrico (non il bene “acqua”, che resterà sempre un bene pubblico! Perciò è tecnicamente scorretto utilizzare slogan del tipo “per l’acqua pubblica”) venga affidata a soggetti privati attraverso gara o a società a capitale misto pubblico-privato, dove il privato venga scelto attraverso gara e detenga almeno il 40% del capitale.

Referendum popolare N.2
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato il comma 1, dell’art. 154 (Ta­riffa del ser­vi­zio idrico integrato) del De­creto Le­gi­sla­tivo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in ma­te­ria am­bien­tale”, limitata­mente alla se­guente parte: “dell’adeguatezza della re­mu­ne­ra­zione del ca­pi­tale investito”?”.
Il se­condo que­sito ri­guarda la de­ter­mi­na­zione della ta­riffa del ser­vi­zio idrico in­te­grato in base all’adeguata re­mu­ne­ra­zione del ca­pi­tale in­ve­stito, con la naturale applicazione di un congruo margine di profitto. Naturlamente i primi due quesiti (così come le normative alle quali si riferiscono) vanno considerati come strettamente connessi.

Referendum popolare N.3
Quesito: “Vo­lete voi che sia abro­gato il decreto-legge 25 giu­gno 2008, n. 112, con­ver­tito con modifi­ca­zioni, dalla legge 6 ago­sto 2008, n. 133, nel te­sto ri­sul­tante per ef­fetto di mo­di­fi­ca­zioni ed in­te­gra­zioni suc­ces­sive, re­cante Di­spo­si­zioni ur­genti per lo svi­luppo eco­no­mico, la sem­pli­fi­ca­zione, la com­pe­ti­ti­vità, la sta­bi­liz­za­zione della fi­nanza pub­blica e la pe­re­qua­zione tri­bu­ta­ria, limitatamente alle se­guenti parti: art. 7, comma 1, let­tera d: rea­liz­za­zione nel ter­ri­to­rio na­zio­nale di im­pianti di pro­du­zione di ener­gia nucleare?”.
Questa è la norma che prevede la realizzazione di centrali nucleari nel nostro Paese.

Referendum popolare N.4
Quesito: “Vo­lete voi che siano abro­gati l’articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 non­chè l’articolo 1 della legge 7 aprile 2010 nu­mero 51 re­cante “di­spo­si­zioni in ma­te­ria di im­pe­di­mento a com­pa­rire in udienza?”.
Tale quesito è relativo al cosiddetto “legittimo impedimento”, cioè una forma di protezione speciale per il Presidente del Consiglio dei Ministri e per i Ministri che possono assentarsi dalle udienze giustificando l’assenza con gli impegni istituzionali.

Personalmente, dichiaro pubblicamente che voterò e voterò quattro SI. In un prossimo articolo spiegherò in modo dettagliato le mie motivazioni.

Amministrazione Pubblica, Economia e Sviluppo, Politica Locale

Quando amministrare è collaborare

Vi sono molte situazioni nelle quali l’amministrazione e gestione dell’ente o di un territorio richiedono uno sguardo più ampio del solito.
Sempre più spesso, soprattutto negli ultimi anni nei quali nell’amministrazione il ruolo di “governance” ha sopravanzato quello di “government“, molte situazioni che in apparenza sembrano competitive (e in realtà lo sono), per portare ad un risultato migliore, dovrebbero essere affrontate in base ad un approccio collaborativo (o semi-collaborativo).
Vi sono situazioni, dunque, nelle quali amministrare è collaborare. Quali?

Partiamo dall’inquadrare cosa significhi avere un ruolo di governance. Se nei decenni passati il ruolo dell’amministrazione pubblica era visto essenzialmente dal punto di vista burocratico, del sistema delle regole imposte e fatte applicare, del sistema dei poteri che regola la vita di una comunità (ruolo di government), da un po’ di tempo a questa parte le cose sono cambiate a ritmi sostenuti.

La sempre maggiore necessità di programmare a livello sovracomunale, sovraprovinciale, sovraterritoriale in genere, ha comportato la necessità di aprirsi a realtà più ampie rispetto a quella amministrata. E’ qui che oggi si gioca la vera sfida a livello politico e gestionale. Avere un ruolo di governance parte dalla consapevolezza che l’amministrare coinvolga una pluralità di soggetti e interessi distinti che apparentemente sembrano confliggere ma che possono portare ad un risultato utile per tutti se si è in grado di ben rappresentarli e condurli verso obiettivi per quanto possibile condivisi. Oggi si parla molto di “reti“. Infatti negli ultimi anni si è assistito alla nascita di numerosi sistemi e reti territoriali per programmare e gestire risorse pubbliche e servizi: GAL (Gruppi di Azione Locale), ambiti territoriali, aree vaste, sistemi turistici, e così via.

In questi sistemi, il vero leader è colui che fa governance. In queste reti, le classi dirigenti devono comprendere e sviluppare la vera mission del proprio ente (che è, appunto, riconducibile al “posizionamento” dell’ente rispetto ad una realtà allargata e costituita da una pluralità di soggetti ed interessi). Ci si trova certamente in una situazione competitiva, dove tutti cercano il miglior risultato possibile per se stessi, ma chi ottiene un risultato maggiore non è colui il quale immagina già di andare al muro contro muro; bensì chi (e sono pochi!) riuscirà a comprendere che nell’amministrazione dei territori, come in altre situazioni, esiste un corso degli eventi. Vi sono eventi passati, vi è la situazione presente, vi saranno eventi futuri. Il muro contro muro potrebbe produrre il risultato che non si ottenga un granché oggi ma che non si ottenga nemmeno domani!

Esistono tecniche, esistono strategie, esistono modelli, tutti strumenti da applicare. Ma la vera chiave è l’approccio, è lo stile di direzione, la capacità di fare network. Queste caratteristiche spesso sono innate in determinate persone e certamente possono essere meglio apprese e sviluppate con l’esperienza e con l’umiltà di “mettersi in ascolto e in gioco”. In ogni caso, rientrano nella più ampia “scatola degli attrezzi” tecnici, professionali, ma soprattutto umani e caratteriali, sempre più necessaria a chi si occupa di rappresentare al meglio l’interesse pubblico e di mettere il cittadino al centro delle proprie azioni.

Amministrazione Pubblica, Politica Locale

Il Direttore Generale dell’ente locale

Prendo spunto da alcune riflessioni, fatte anche su questo blog, per dare spazio all’approfondimento di una questione sempre attuale nell’ambito organizzativo-gestionale degli enti locali: il ruolo e la figura del Direttore Generale.

Questa figura, introdotta dalla legislazione in materia di enti locali e dalla prassi negli anni Novanta, può essere descritta come una figura che, laddove venga istituita, opera in raccordo tra apparato politico e apparato tecnico-amministrativo. Al DG spettano i compiti di traduzione, in termini gestionali, degli obiettivi politici fissati dall’Amministrazione. Ruolo non semplice, vista la frequente circostanza che vede il programma elettorale-amministrativo quale insieme di principi e obiettivi difficilmente realizzabili o esprimibili in termini operativi, perché spesso non costruito sulla base di una reale fotografia delle condizioni e dello stato di salute dell’ente.
Il DG cura, a tal fine, l’assetto organizzativo, la programmazione economico-finanziaria e il controllo di gestione. In sostanza, guida la gestione dell’ente. Superata la diatriba portata avanti per alcuni anni, tale figura è stata inquadrata quale ruolo dirigenziale dell’ente. Una sorta di dirigente che coordina settori, servizi, uffici, e li guida verso il raggiungimento degli obiettivi. E’ comprensibile, dunque, il ruolo fiduciario ad esso attribuito.

Infatti, il DG è nominato dal Sindaco o dal Presidente della Provincia sulla base di alcuni criteri. Uno dei quali è la fiducia. In ogni caso, per quanto descritto finora, è necessario che tale ruolo venga ricoperto da professionisti con una notevole competenza gestionale, ma caratteristiche che non dovrebbero mancare ad un DG sono certamente: una certa capacità di coordinamento, moderazione, coraggiolungimiranza, capacità di “ascolto” sia verso gli organi politici sia verso quelli amministrativi. Non deve essere un despota, poiché è essenziale comprendere l’organizzazione, le prassi fino a quel momento utilizzate nell’ente. Non dev’essere assalito dalla smania di cambiare tutto e subito, ma partendo dall’ascolto e dalla comprensione dei processi egli dovrà intervenire nel modo appropriato per “aggiustare” quegli intoppi che creano inefficienza e caos e introdurre pian piano degli elementi di innovazione e cambiamento sempre adeguati all’organizzazione che si trova di fronte. In caso contrario (introduzione sempre e comunque di modelli e processi innovativi secondo standard preimpostati), il risultato sarebbe certamente controproducente.

Senza esser preso dalla voglia di misurare tutto, strada che porterebbe a un peggioramento e ad un appesantimento della macchina amministrativa (che ha spesso bisogno di snellimento), deve concentrarsi su una serie limitata ma completa di indicatori e di situazioni. Deve puntare al miglioramento simultaneo dell’efficienza e della qualità dei servizi, valutando l’impatto che essi hanno effettivamente sui bisogni dei cittadini. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che tutto è indirizzato alla rappresentazione dell’interesse pubblico volta al soddisfacimento dei bisogni reali dei cittadini. Non serve creare una macchina perfetta se poi non è strumento utile a soddisfare i bisogni dei cittadini; a tal fine, un mio maestro in Bocconi provocatoriamente diceva: anche un campo di concentramento è una “macchina perfetta ed efficiente”

Il DG ha assunto nel tempo la vera e propria veste di manager (alcuni lo definiscono, appunto, “city-manager”, prendendo in prestito un’espressione impiegata nel mondo anglosassone). In alcune situazioni è stato volano di cambiamento e miglioramento, di efficacia e di efficienza. In altre, solo una figura istituita come “riciclo” politico, della quale si poteva fare tranquillamente a meno. Questo motivo è sufficiente a spiegare i recenti cambiamenti legislativi che di fatto limitano moltissimo il ricorso a tale figura?

C’è da specificare, infatti, che il DG, introdotto nel 1997, legge n. 127 poi confluita nel TUEL (d.lgs. 267/2000) art. 108, poteva essere nominato, oltre che dal Presidente della Provincia, dal Sindaco di un Comune con popolazione superiore a 15.000 abitanti (o gruppo di Comuni che insieme superassero tale soglia). Con la motivazione dei tagli alla spesa per gli enti locali, la Legge Finanziaria 2010 (art. 2, comma 186 lettera d)) ne ha previsto la soppressione per quanto concerne i Comuni. Successivamente,  il d.l. n.2 del 25 gennaio 2010 ha modificato tale disposizione generale, prevedendo la soglia dei 100.000 abitanti quale condizione per la possibile nomina del DG (tale decreto è stato convertito in legge il 26 marzo 2010, legge n.42).

Di fatto, dunque, mentre per le Province non cambia nulla, da quest’anno il DG potrà essere nominato soltanto nei Comuni con popolazione superiore ai 100.000 abitanti.
Personalmente son convinto che, sebbene ci sia certamente stato in alcune situazioni un ricorso esagerato a tale figura, anche nelle organizzazioni in cui poteva essere evitato, nella stragrande maggioranza dei casi questa figura, se ricoperta da professionisti validi e rispondenti alle caratteristiche sopra descritte, ha apportato un miglioramento decisivo e sostanziale anche negli enti di media e medio/piccola dimensione. Il pensiero del legislatore è stato evidentemente diverso, ritenendo questa (e non auto blu, cellulari di servizio, viaggi, computer e i-pad in regalo, ecc. ecc.) la prima spesa da tagliare.

Vedremo, a questo punto, dal momento che tale figura era nata da un’esigenza precisa e riconosciuta nel mondo degli enti locali, quali saranno le conseguenze della quasi totale cancellazione di questa professionalità.

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