Economia e Sviluppo, Informazione

La manovra-Tremonti

Dalle motivazioni alle principali misure adottate per il triennio 2011-2013.

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 15/06/2010]

La “manovra di finanza pubblica” 2011-2013 è il tema più ricorrente, in queste settimane, negli spazi di informazione.
Il Governo, infatti, accanto a classici provvedimenti di una manovra finanziaria, ha messo a punto una serie di misure di politica fiscale ed economica per intervenire nella situazione di crisi internazionale che ha investito in particolare l’area-euro a partire dal default della Grecia.
In seguito alla crisi greca il nostro Paese era considerato, insieme a Irlanda, Portogallo e Spagna, ad alto rischio (anche se c’è da dire che, rispetto agli altri tre Paesi, il nostro presenta una situazione complessiva, di sistema, decisamente migliore, dimostrata dal contenuto sforamento del rapporto Deficit/Pil). I mercati avrebbero potuto “aggredire” l’Italia anche con l’avanzata della speculazione. Infatti, l’impennata dei cosiddetti credit default swap (che sono scommesse sul fallimento, sull’insolvenza del debito pubblico) è indice di un attacco da parte dei mercati che, qualora perdurasse nel tempo, abbatterebbe la qualità del credito con gravi conseguenze. Di fatto, siamo in presenza di una nuova “bolla”.

Si è presentata, dunque, ancora una volta, l’urgenza di agire sulla riduzione del debito pubblico. Tuttavia, questa strada si sarebbe dovuta percorrere ugualmente, in ogni caso. Alcune misure si sono rese più urgenti, ma è la condizione strutturale del nostro Paese a richiedere, senza poter più rimandare, tali scelte drastiche.
Tante volte, anche in precedenti interventi su questo giornale, ho sottolineato l’ineludibilità di intervenire su una situazione oramai insostenibile del debito pubblico. Sin dagli anni 80, è un “serpente che si morde la coda”.
Per agire sul debito nell’immediato, è necessario agire sul versante della spesa, in particolare sulla spesa di tipo corrente, poiché negli ultimi anni si è assistito (anche a causa della prima ondata di crisi che ha comportato una riduzione delle entrate fiscali) ad un saldo sempre più negativo da finanziare mediante deficit. Risultato netto: più debito pubblico (ad oggi il rapporto Debito/Pil è sopra il 118%, lontanissimo dall’obiettivo del 60% verso il quale l’Italia, come tutti gli altri Paesi dell’area-euro, deve tendere).
Vi sono studiosi che sono contrari ai tagli di spesa sociale poiché, affermano, produrrebbero arretramenti nella qualità della vita civile (tale filone di studi suggerisce anche l’ipotesi di affidare parte del debito pubblico dei vari Paesi ad un unico governo centrale europeo, unica misura forse in grado di scongiurare realmente il rischio di attacchi speculativi). Tuttavia, in questo spazio mi limito a dire che, in termini concreti, una riduzione del deficit e del debito nell’immediato, nell’attesa e nella speranza di recuperare ingenti entrate dalla lotta all’evasione fiscale, passa senza dubbio da una riduzione della spesa.

Si poteva fare meglio, soprattutto per quanto concerne il sostegno parallelo alla crescita (data l’entità della manovra, circa 25 miliardi di euro). Molti provvedimenti non comportano in realtà grossi risparmi, servirebbe più coraggio sul fronte dei famosi costi della politica per i “piani alti”. In ogni caso nella manovra ci sono delle misure che vanno nella giusta direzione, approvate anche dall’OCSE e dal FMI: in particolare, sul versante della riduzione della spesa e sulla lotta all’evasione fiscale.
Si tratta certamente di misure dolorose, alcune delle quali discutibili; ma rappresentano un solco importante lungo il quale muoversi, un’inversione di tendenza, un cambio “culturale” nella gestione della finanza pubblica in senso più rigoroso. Esse andranno ad impattare col federalismo fiscale. Staremo a vedere.
Intanto, un’importanza notevole viene assunta dalle misure di contrasto all’evasione fiscale. La speranza è che si continui in questa direzione, perché si può fare di più e poiché è da lì che possono arrivare entrate inattese, che nel medio termine possono portare ad un riequilibrio dei conti e ad un nuovo ampliamento della spesa per generare benessere nel sistema socio-economico. Ampliamento che, questa volta, sarebbe mirato e qualificato.
Di seguito, per grandi linee, alcune delle più importanti misure contenute nella manovra:

- Obbligo di comunicazione telematica al Fisco delle operazioni rilevanti ai fini IVA dai 3.000 euro in su. Scende a 5.000 euro la soglia della tracciabilità del contante.
- Sale al 33% la compartecipazione dei Comuni all’accertamento dell’evasione fiscale.
- Nuovo “Redditometro”: l’accertamento scatta quando i redditi dichiarati sono inferiori del 20% rispetto alle indicazioni del “Redditometro”.
- Gli utili e i dividendi realizzati negli anni 2011 e 2012 da Società partecipate dallo Stato e da Istituti di diritto pubblico saranno destinati, fino a un massimo di 500 milioni di euro, ad un apposito Fondo che servirà a pagare gli interessi sul debito pubblico.
- Aumento dell’imposizione fiscale sulle stock option.
- Provvedimenti per evitare i fenomeni delle imprese che aprono e chiudono entro un anno e vigilare sulle imprese in costante situazione di perdita (potrebbe esserci precisa volontà di evasione delle imposte sui redditi).
- Provvedimenti per l’individuazione e la regolarizzazione degli “immobili fantasma”.
- Lotta ai “falsi invalidi” e contrasto all’indebita percezione di prestazioni sociali agevolate (anche quelle relative al diritto allo studio).
- Leggero aumento della soglia per i pensionamenti anticipati.
- Tagli alla spesa della P.A., in particolare per la formazione, riduzione del 10% delle indennità dei manager e consulenti pubblici; tagli ai compensi per consigli d’amministrazione di società ed enti partecipati e revisori. Tagli ai buoni taxi e noleggi auto.
- Aumento dei pedaggi autostradali.
- Soppressi alcuni enti ritenuti inutili. Il personale a tempo indeterminato sarà assorbito da altri enti o ministeri.
- Taglio del 10% delle dotazioni finanziarie dei Ministeri.
- Taglio dei “costi della politica”: meno 10% ai compensi di Ministri e Sottosegretari che non sono anche parlamentari (per questi ultimi si rimanda a futuri provvedimenti delle Camere). Stessa riduzione per i componenti del CSM e del Cnel. Ridotti i rimborsi ai partiti. Soppresse le indennità dei consiglieri circoscrizionali, amministratori di Comunità montane, Unioni dei Comuni ed organismi territoriali gestori di servizi pubblici. I gettoni di presenza non potranno superare i 30 euro a seduta.
- Agevolazioni alle reti d’impresa.

Sicuramente, un principio dovrà essere chiaro alla classe dirigente, attuale e futura. L’Italia dovrà essere un Paese il cui sistema di welfare si basi di più sui sussidi temporanei e sugli ammortizzatori sociali, relativi all’inserimento lavorativo e ai periodi di disoccupazione, e non più sui falsi invalidi e sugli evasori fiscali. La crescita dovrà ripartire dai nuovi settori, ad alto tasso di immaterialità e di innovazione, dalla ricerca. Con il controllo rigoroso sui conti, perché il debito non rappresenti più quella montagna che oggi sembra insormontabile ostacolo alla crescita e alla speranza.

Amministrazione Pubblica

La Legge taglia-Consiglieri e Assessori tra dubbi e speranze


Foto: Camera dei Deputati - Fonte: www.camera.it

Con l’approvazione al Senato dello scorso 23 marzo, è stato convertito in Legge il decreto (con alcune modifiche apportate alla Camera) che prevede la riduzione significativa di molti ruoli e organismi che fanno riferimento agli enti locali. La Legge ha previsto anche altre misure in favore della Città di Roma, di particolari categorie di Comuni, ulteriori sostegni finanziari per L’Aquila, e deroghe al Patto di Stabilità interno per alcune tipologie di spese e di entrate. Tuttavia, in quest’articolo affronto esclusivamente la questione relativa al cosiddetto “taglia-poltrone”.
Di seguito riporto in modo ordinato le principali misure previste dalla legge:

TAGLIO DI CONSIGLIERI E ASSESSORI
A partire dal 2011 (rinviate di un anno, dunque, le misure previste in finanziaria 2010) il numero dei Consiglieri comunali e provinciali sarà ridotto del 20% (complessivamente si tratterà di circa 40mila unità); il numero degli Assessori, invece, vedrà una riduzione del 25%. Per una maggiore chiarezza, è possibile visionare in maniera analitica queste riduzioni cliccando sul link seguente:

Previsione delle riduzioni di Consiglieri e Assessori

Relativamente ai tagli degli Assessori, il provvedimento vale già da quest’anno per i Comuni e le Province chiamati alle urne. Infatti, la legge prevede che il loro numero non sia superiore ad un quarto dei Consiglieri.
Per fare un esempio, per il Comune di Melendugno i Consiglieri eletti tra quattro anni saranno 12 invece degli attuali 16, mentre gli Assessori saranno 3 invece degli attuali 6.

TAGLIO DI ALTRI RUOLI E ORGANISMI
Dal prossimo anno salteranno numerosi altri ruoli ed organismi che nel tempo erano stati creati all’interno o a supporto degli enti.
In particolare: i difensori civici dei Comuni (effettivamente in molti casi un ruolo mai decollato, quasi sempre frutto di spartizione partitica), le Autorità ATO (Ambito Territoriale Ottimale, che finora si sono occupate della gestione di rifiuti e acqua), le Circoscrizioni nelle città con meno di 250mila abitanti (effettivamente spesso divenuti luoghi per piazzare personaggi non eletti nei Consigli), i Direttori Generali negli enti sotto i 100mila abitanti (tuttavia si aspetterà la scadenza del loro mandato), i Consorzi fra enti locali. Per il taglio ai Consorzi di Bonifica, invece, si rimanda al Codice delle Autonomie.

Dal momento che il mio approccio alle questioni relative alle Pubbliche Amministrazioni (lo sottolineo ancora una volta) è manageriale, strategico, e non burocratico, normativo, mi interessa capire se un provvedimento può funzionare o meno. Cioè, comprendere in profondità le modifiche che avvengono sul piano organizzativo, dei processi, della buona gestione. In definitiva, le modifiche che intervengono sulla capacità dell’ente di organizzarsi per rispondere al meglio ai bisogni dell’utente-cittadino e alle esigenze strategiche che si pongono nella programmazione degli interventi da mettere in atto.
Pertanto se quanto sopra descritto, in prima analisi, può sembrare assolutamente positivo, non è detto che lo sia nell’applicazione. Certamente positive, già a prima vista, sono le soppressioni di enti intermedi inutili che gestiscono materie tranquillamente gestibili senza la necessità di moltiplicare le strutture. Così, è certamente positiva la riduzione del numero dei Consiglieri nei Comuni e nelle Province di medie e grandi dimensioni (che costituiscono una piccola fetta dei Comuni italiani).
Da mettere alla prova, invece, i tagli agli Assessori nei Comuni della fascia di popolazione tra i 3mila e i 10mila abitanti (fascia nella quale rientra il Comune di Melendugno), oppure quella leggermente superiore. Oggi, a fronte di una carenza di personale, spesso gli Assessori si trovano a svolgere un lavoro molto dispendioso in termini di tempo (a volte svolgendo mansioni di competenza degli uffici). Potrebbe accadere che, tagliando il loro numero, venga meno anche una parte di attività indispensabili.
Anche la figura del Direttore Generale, spesso, è divenuta insostituibile nell’ottica del miglioramento organizzativo e gestionale, nonché del conseguimento di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa. Certamente non lo è nel momento in cui esso diviene un ruolo puramente affidato a qualcuno “da accontentare”, che magari non è riuscito ad essere eletto in Consiglio, anziché a persone competenti.
Comunque, sarà tutto da sperimentare. Non vanno trascurati gli aspetti positivi del provvedimento, ma occorre prestare attenzione a tutti gli effetti che esso produrrà, tenendo presente sempre la direzione maestra: l’ente va pensato e regolato, nelle sue articolazioni, nell’ottica di strumento adeguato per la soddisfazione dell’interesse pubblico.

Amministrazione Pubblica, Politica Locale

Non decolla il Project Finance negli enti locali

Dalla Bocconi i risultati di uno studio su 2.236 progetti. La causa: un approccio ancora troppo giuridico allo strumento.

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Fonte immagine: www.scuolaedilelecce.it

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 20/09/2009]

La realtà delle operazioni di Project Finance negli enti locali italiani è impietosa: si osserva, infatti, una mortalità di quasi il 90% di tali operazioni.
E’ il risultato fornito da una ricerca realizzata e pubblicata in un rapporto dell’OCAP (Osservatorio sul Cambiamento delle Amministrazioni Pubbliche) dal nome “Le operazioni di project finance: stato dell’arte e indicazioni per il futuro”, a cura del Prof. Fabio Amatucci e della Prof.ssa Veronica Vecchi (area Public Management and Policy – SDA Bocconi).

Il Project Finance, tradotto spesso in italiano con i termini “finanza di progetto”, è uno strumento impiegato per il finanziamento di opere pubbliche che già da molto tempo viene utilizzato in altri Paesi e la cui diffusione nelle Pubbliche Amministrazioni italiane è stata, in questi anni, notevole. Per fare un esempio, lo scorso anno si calcolava un totale di circa 80 operazioni per Aziende Ospedaliere e di circa 4.000 operazioni riguardanti enti locali.
Purtroppo, però, nonostante in sé lo strumento presenti tutte le caratteristiche affinché, se impiegato in modo coerente, nelle operazioni opportune e con tutte le analisi preliminari di cui necessita, possa essere considerato validissimo nel finanziamento (a impatto “zero” per le Amministrazioni Pubbliche) di opere che possono migliorare in modo sostanziale la qualità della vita dei cittadini, il 90% delle operazioni dell’ultimo triennio non ha trovato realizzazione.

Data la sempre maggiore scarsità di risorse finanziarie a disposizione degli enti locali e i vincoli stringenti del Patto di Stabilità (nato per arginare la crescita della spesa pubblica e garantire la compartecipazione degli enti territoriali agli equilibri generali di finanza pubblica), il Project Finance può rappresentare una leva molto valida per finanziare, mediante capitali privati, investimenti di certe dimensioni e con determinate caratteristiche. Il privato recupera, poi, i mezzi finanziari investiti mediante i ricavi e gli utili derivanti dalla gestione dell’opera (ad esempio, le tariffe di un parcheggio, i canoni di locazione di un edificio pubblico). Pertanto, perché l’operazione possa realizzarsi pienamente, è necessario che il progetto presenti una certa validità in termini economico-finanziari. Le opere per le quali si trova maggiore applicazione dello strumento sono: impianti sportivi, parcheggi, ospedali, cimiteri, edifici pubblici.
Alle motivazioni precedentemente espresse, si possono aggiungere ragioni di natura qualitativa dei progetti o, ancora, di riduzione dei tempi che vanno dalla progettazione al cantiere.

Dalla ricerca in questione, però, emerge il ritratto di una Pubblica Amministrazione ancorata a vecchi principi di gestione. Un approccio strategico-manageriale stenta ancora a diffondersi nei livelli direzionali degli enti locali italiani in favore di un più diffuso approccio giuridico-burocratico alle questioni, in questo caso agli strumenti di finanziamento.
Comprendiamo meglio queste affermazioni analizzando brevemente i dati presentati nella ricerca.
Una precisazione: le operazioni di Project Finance si suddividono in operazioni a iniziativa privata (il privato presenta la proposta di progetto per la realizzazione e successiva gestione dell’opera pubblica) e operazioni a iniziativa pubblica (l’ente presenta un progetto preliminare al quale il privato deve conformarsi).
La ricerca prende in esame le 2.236 operazioni avviate tra il 2005 e il 2008. Tra queste, solo 274 sono state aggiudicate. Il resto (circa il 90%, appunto) si è “perso” nelle fasi intermedie, comportando comunque il sostenimento di costi che si sono poi rivelati inutili, con evidente sperpero di denaro pubblico. Più della metà delle operazioni in esame riguardano iniziativa privata. Tra queste, soltanto il 9% aveva alla base uno studio di fattibilità realizzato dalla stazione appaltante (l’ente).

Tutte le operazioni non realizzate sono fallite perché presentano comprovate mancanze da parte delle relative Amministrazioni. Ne cito alcune. La ricerca dimostra come nella maggior parte dei casi si è trattato di scarsa verifica della pre-fattibilità, dei rischi e dell’impatto nel medio/lungo termine relativi al progetto. Un’altra grave mancanza è attribuibile alla mancanza di chiarezza da parte dell’ente, che ha comportato un’assenza di proposte dei promotori e, quindi, un fallimento dell’intera operazione. Ancora, va sottolineata una scadente programmazione delle finalità dell’investimento con riferimento al contesto territoriale.
Presentati questi dati della ricerca, possiamo riprendere il giudizio sulla questione ed affermare nuovamente e con maggior convinzione che negli enti locali italiani manca ancora un approccio manageriale (attenzione: non va identificato con “il far quadrare i conti!!”) alle politiche da intraprendere in favore delle comunità amministrate ed agli strumenti necessari per poterle realizzare.

Nel caso specifico risulta evidente, ma non si corre alcun rischio se si fa un tentativo di generalizzazione: gli strumenti di finanziamento, in particolare il Project Finance (ma si potrebbe fare l’esempio di tanti altri strumenti finanziari che si è cercato di introdurre negli ultimi anni nella P.A.), vengono ancora osservati e gestiti sottoforma di operazioni giuridiche, sotto l’aspetto puramente procedurale, trascurando gli aspetti e le valutazioni economiche essenziali per la loro validità. La speranza è che in futuro gli enti acquisiscano e impieghino sempre maggiori competenze in tali valutazioni. Anche perché, come affermano i due docenti della Bocconi a commento dei risultati, “l’approfondimento di tali aspetti darebbe maggior potere negoziale alle Amministrazioni Pubbliche nei confronti dei privati” e, dico io, in un momento in cui gli enti sembrano perdere credibilità ed autorevolezza nell’ambiente di riferimento, non è certamente un fatto trascurabile.

Amministrazione Pubblica, Politica Locale

Società partecipate: più politica e più management

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(Fonte immagine: http://www.kdubiq.org)

Rielaborazione da:“Società partecipate: più politica e più management. Con attenzione al cittadino”
[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 20/04/2009]

Una questione di grande importanza nell’economia nazionale e nella Pubblica Amministrazione è quella delle aziende di servizi pubblici di proprietà degli Enti locali, definite “società partecipate” data la loro natura giuridica sotto la forma di società di capitali e la proprietà di tutto o di parte del loro capitale in capo a Comuni e Provincie. Un discorso più ampio andrebbe fatto sulle società partecipate in generale, anche quelle statali e regionali, ma in quest’articolo (per ragioni di spazio ma anche di efficacia dell’analisi) pongo l’attenzione sull’ambito locale.
Una grossa fetta delle società in esame è “a totale partecipazione pubblica”, cioè il capitale è interamente di proprietà dell’Ente locale.
Queste società, di solito nella forma di s.p.a. (società per azioni) o s.r.l. (società a responsabilità limitata), forniscono servizi agli Enti proprietari in base ad un affidamento da parte degli stessi e secondo delle regole precise che la legge ha progressivamente fissato. Una totale o maggioritaria partecipazione dell’Ente nel capitale della società garantisce la possibilità di un affido diretto (“in house”) di servizi pubblici senza la necessità di avviare una gara di selezione pubblica, anche se nel secondo caso occorre comunque procedere alla nomina del socio privato mediante selezione pubblica. Questo avviene in quanto tali società vengono considerate “parte dell’Ente proprietario”, il quale deve risultare beneficiario della quasi totalità delle attività svolte da esse e deve esercitare un controllo su di esse come fossero settori dell’Ente stesso. Tra l’altro quest’impianto è stato soggetto a numerose critiche e volontà di cambiamento (basti pensare alle misure proposte dall’ex Ministro Lanzillotta) perché definito “lesivo della concorrenza”.
L’opportunità di esternalizzare determinate attività mediante l’affido a queste società trova radici sia nella carenza di personale all’interno dell’Ente (elemento che ne impedisce di fatto l’esecuzione in economia) sia nell’esigenza di maggiore flessibilità, competenza, efficienza ed efficacia che una struttura aziendale sul modello privatistico, seppur di proprietà pubblica, può garantire.
La figura della società partecipata si presenta come moderna discendente delle vecchie “municipalizzate”, modello che entrò in crisi per via della cattiva gestione e dei risultati negativi che essa produsse. Non mi soffermo ad analizzare l’evoluzione normativa sull’argomento, che potrebbe partire dai primi del Novecento, in quanto il senso dell’articolo è strettamente economico-manageriale, un parere sulla grande questione della gestione di queste aziende. Comunque vari sono stati gli interventi normativi negli anni Novanta, culminati nell’importante regolamentazione da parte del d.lgs. 267/2000 (TUEL), artt. 112 e ss.
La questione nodale del discorso va posta sulla corporate governance di queste società. Cioè sulle modalità di governo, di decisione e gestione. Perché? L’Ente locale è nello stesso tempo il proprietario e il beneficiario (trasposto nei cittadini) dei servizi pubblici. La società, per sua natura, è orientata ai risultati e all’efficienza, ma si trova a dover erogare servizi pubblici verso l’Ente che deve tutelare l’interesse dei suoi cittadini, pur essendo proprietario (socio) e, dunque, avendo una necessità di orientare la gestione ai risultati. Da una parte orientamento alla massima soddisfazione dell’interesse dei cittadini, massima quantità e qualità dei servizi, dall’altra orientamento all’efficienza e, almeno, al pareggio di bilancio.
Come direbbero i miei maestri di management pubblico, è il famoso dibattito committenza-proprietà che è connaturato alla questione.
Osservando l’andamento delle società partecipate in Italia, dove ce ne sono anche diverse di grandi dimensioni (anche quotate in Borsa), si può vedere come molte di esse abbiano finito per divenire carrozzoni inefficienti asserviti a discutibili decisioni di alcuni politici, generatori di sprechi notevoli, spesso utilizzate per assumere con maggior flessibilità una quantità di lavoratori insostenibile per il loro bilancio. Molte fra esse sono giunte a produrre perdite notevoli e guai seri per le casse degli Enti, chiamati a ripianare le perdite e garantire i creditori a causa della situazione di dissesto delle società.
Nonostante questo, però, non sono sfavorevole ad un rapporto di fiducia tra politici e manager, purché si tratti di manager capaci. Mi spiego. Il futuro della corporate governance di queste società, per risolvere i conflitti o le degenerazioni che negli anni il rapporto committenza-proprietà (aggravato da un cattivo uso delle decisioni politiche) deve essere orientato secondo questa condizione: più politica e più management. Sono profondamente convinto che le società partecipate possano assumere un ruolo sempre migliore, orientato al miglior soddisfacimento dell’interesse pubblico e ad una contemporanea corretta gestione aziendale. Ad una condizione: che la politica riscopra il suo “alto” valore, il suo compito più nobile. In questo senso la politica deve saper esprimere una visione innovativa di lungo periodo, anticipando e interpretando il cambiamento mediante un disegno strategico di ampio respiro in grado di dare risposte ai bisogni emergenti delle comunità amministrate.
Le Amministrazioni devono essere capaci di definire una direzione di marcia per le società partecipate, orientate ad una gestione efficiente ma al contempo diretta alla qualità dei servizi erogati ai cittadini, e operare un opportuno controllo sull’effettiva attuazione. E questo ruolo, la politica (che in questo caso rappresenta la proprietà), lo deve tradurre nella nomina di un management di fiducia, secondo un rapporto virtuoso e fisiologico tra politica e management, capace in concreta autonomia di tradurre a sua volta in atti di gestione le linee guida, l’indirizzo strategico definito. Per realizzare questa visione, quindi, è necessaria più qualità nell’azione politica e più qualità nel management.
Tutto questo nulla ha a che fare con la condizione dell’influenza politica sulle decisioni dell’impresa. Anzi, come detto, è l’unica via per salvaguardare il ruolo alto della politica, l’interesse dei cittadini e la buona gestione.
In ultimo, ma prioritariamente in termini di importanza, occorre dare più forza al cittadino-utente, perché possa avere una sicura tutela mediante, ad esempio, meccanismi ben strutturati di rimborso in caso di performance a livelli inferiori agli standard definiti, e perché possa svolgere un ruolo determinante in termini di corretta informazione e di partecipazione, mediante una valutazione incisiva dei servizi. Queste tesi sono sostenute con forza dai più grandi studiosi della materia e, tra l’altro, miei maestri. In particolare il Prof. Valotti e il Prof. Longo, Università e SDA Bocconi.

Più politica, più management e più cittadino: ecco le mie direttrici per una svolta nella governance delle società partecipate.

[l'argomento è molto delicato e in costante evoluzione normativa, basti pensare alle novità introdotte dal d.l. 112/2008 convertito nella l. 133/2008]

Economia e Sviluppo

Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri

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Rielaborazione da: “Economia in difficoltà, l’opportunità viene dai Paesi poveri”.

[Articolo pubblicato su "Il Salentino" del 10/07/2009]

 

In questo momento l’economia mondiale attraversa ancora una fase di difficoltà notevole. Oramai si ascoltano quotidianamente pareri discordanti circa la possibile ripresa economica. C’è chi parla di fine 2009, c’è chi dice che bisogna attendere la metà del 2010, c’è anche chi sostiene che bisognerà attendere ancora più a lungo. La verità, come ho già detto in precedenti interventi, è che risulta davvero difficile poter fare delle ipotesi precise, stante la complessità che oggi il sistema economico e finanziario globale presenta, per la numerosità dei fattori che lo condizionano, rispetto a qualche decennio fa. Più volte ho sottolineato la necessità che i Governi prendano in maggiore considerazione il problema del debito pubblico elevato, per quanto concerne la finanza pubblica, e l’opportunità che viene dalla maggiore inclusione dei Paesi emergenti e in via di sviluppo per quel che riguarda, invece, le prospettive per una ripresa duratura e per un mercato più ricco e più equo. Certamente, dal G8 si attendono risposte su molti fronti [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8].
Consideriamo, infatti, l’ipotesi che sempre maggiori fette di popolazione dei continenti poveri, ad esempio l’Africa, riescano ad acquisire una posizione attiva di operatori nel mercato internazionale. Sia dal lato dei produttori, sia dal lato dei consumatori. Eccola lì, l’opportunità: già questa ipotesi significa che grandi investimenti sono stati operati nella costruzione di infrastrutture, nella costituzione di nuove imprese locali o nella internazionalizzazione di imprese già esistenti. Inoltre, maggior benessere di tali nuovi consumatori porta maggiori acquisti di servizi e prodotti di qualità, proprio quelli che caratterizzano (e sarà così in modo sempre maggiore) i Paesi più sviluppati. E quindi un sostegno indiretto all’economia, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro (o riconvertire gli esistenti), in tali sistemi economici. Oltre al dato, ovviamente, di aver creato benessere per un sempre maggior numero di abitanti del pianeta che, finora, sono stati vittime di sottosviluppo e povertà.
Eccola, l’opportunità, anche per arginare il fenomeno dell’emigrazione massiccia causata da povertà.
Già notevoli passi in avanti sono stati fatti negli ultimi dieci anni. Però, ne sono fortemente convinto, più si agirà verso questa direzione più rapido sarà il consolidamento del sistema di produzione e scambio di beni e servizi a livello mondiale, più solida sarà la finanza (che può tornare ad essere in larga misura stretta compagna dell’economia reale, anche mediante nuove forme di credito).
Nel frattempo, guardando alla situazione del nostro Paese, il Governo italiano ha approvato una serie di misure “anti-crisi”. Certamente non possono essere considerate un forte incentivo alla ripresa economica e finanziaria che, come detto, ha bisogno di politiche internazionali e di respiro molto più ampio. Tuttavia, misure quali la detassazione (defiscalizzazione al 50%) degli utili reinvestiti in acquisto di macchinari industriali, il bonus (integrazione salariale) per i datori che non licenziano dipendenti o per i lavoratori in Cassa Integrazione e mobilità che avviano un lavoro autonomo, la riduzione del costo del gas (in base ai tassi di utilizzo), l’aumento notevole dei rimborsi sulle obbligazioni Alitalia, il prolungamento del termine di esecuzione degli sfratti (al 31 dicembre 2009), l’abolizione del ticket sulla medicina specialistica, l’aumento della velocità dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni (responsabilizzando maggiormente gli Enti), possono rappresentare un buon sostegno per famiglie e imprese. Anche se, ovviamente, non esaustivo e non strutturale. Soprattutto nel Mezzogiorno.
Dunque le attese sulle scelte che in questi giorni [N.B. quando è stato scritto l'articolo mancava poco al G8] assumeranno i grandi del mondo sono elevate, considerati anche i dati recenti sui grandi aggregati dell’economia e della finanza pubblica del nostro Paese. Aumento record del debito pubblico, del rapporto deficit/PIL (ovvio, dato che il deficit aumenta e il PIL diminuisce notevolmente), calo delle entrate fiscali, aumento della disoccupazione, sono da considerarsi quasi come conseguenze scontate in periodi di crisi. Però non vanno assolutamente sottovalutate.
Un’economia “civile”, che rimetta al centro la persona con le sue relazioni, un maggior coinvolgimento dei Paesi emergenti nelle decisioni, maggiori investimenti per lo sviluppo dei Paesi poveri, nuove regole per una finanza legata in modo sempre minore a operazioni basate su valori e parametri inesistenti, maggior attenzione al debito pubblico, attenzione alla riconversione verso settori basati sull’immaterialità (servizi) nei Paesi più sviluppati, sono solo alcune ma, a mio avviso, abbastanza significative, vie per cercare di rimettere in moto un sistema che ha bisogno di ripartire presto e di consolidarsi.

Informazione, Politica Locale

Comunali 2009, i risultati e la nuova “squadra”

Cari amici, eccomi di nuovo con voi a dare uno sguardo agli esiti delle elezioni comunali 2009. Cercherò di analizzare i dati sotto alcuni, immediati, punti di vista. A mio avviso è stata una competizione avvincente, come si prospettava, del resto, alla vigilia.

Innanzitutto, i voti complessivi delle due liste sono stati i seguenti:
LISTA N. 1: “Per Melendugno e Borgagne”  - 3.533
LISTA N. 2: “UNITI per Melendugno e Borgagne”  - 3.182
Pertanto, per la differenza di 351 voti, il nuovo Sindaco di Melendugno è Vittorio Potì.

Le somme precedenti possono suddividersi come segue.

voti ai soli candidati sindaci (voti dati solo alla lista barrando il simbolo) sono stati i seguenti:
Vittorio Potì - “Per Melendugno e Borgagne”  - 448 (364 a Melendugno, 84 a Borgagne)
Luigi Roberto Felline - “UNITI per Melendugno e Borgagne”  - 518 (426 a Melendugno, 92 a Borgagne)

voti di preferenza ai candidati al Consiglio Comunale sono stati (i voti in grassetto corrispondono ai nuovi componenti dell’assise cittadina):

Candidati LISTA N. 1: “Per Melendugno e Borgagne”  (totale 3.085 - 2.150 a Melendugno, 935 a Borgagne)
1. BUFANO Fabio - 275
2. CISTERNINO Oronzo Maurizio - 267
3. CONTE Niceta (detta “Tina”) - 65
4. CORVINO Niceta - 179
5. DE RINALDIS Ezio Antonio - 99
6. DIMA Luca Maria - 256
7. DIMA Simone - 138
8. DORIA Massimo - 95
9. DURANTE Antonio (detto “Uccio”) - 188
10. GALASSO Erlene - 92
11. MANGIACAVALLO Alberto - 135
12. MAZZEO Oronzo Giuseppe - 106
13. POTENZA Sandro - 238
14. PRETE Anna Elisa - 287
15. RUSSO Mauro - 478
16. SERINO Luigi - 187

Candidati LISTA N. 2: “UNITI per Melendugno e Borgagne” (totale 2.664 - 2.224 a Melendugno, 440 a Borgagne)
1. CANDIDO Francesco (detto “Franco”) - 154
2. CANDIDO Pantaleo (detto “Leo”) - 80
3. CARRA Luigi - 53
4. CARROZZO Lara - 86
5. DEGAETANI Luigi - 214
6. DURANTE Cherubino - 338
7. GALATI Angelo - 351
8. GIAUSA Marino Francesco Giulio - 286
9. MARRA Giuseppe - 164
10. MARRA Pietro (detto “Piero”) - 188
11. MONTINARO Andrea - 209
12. PETRACHI Sonia - 97
13. SERINO Giuliana - 102
14. STELLA Francesco - 189
15. TROVE’ Fernando Antonio - 91
16. VERI Alessandro - 62
(oltre ai 4 precedenti contrassegnati dal grassetto, della minoranza in Consiglio fa parte anche Roberto Felline)

Volendo suddividere il voto tra Melendugno e Borgagne, complessivamente la situazione è:
- Melendugno: Lista n. 2 > Lista n. 1 (136 voti)
- Borgagne: Lista n. 1 > Lista n. 2 (487 voti)
La differenza è, ovviamente, quella indicata in principio: 351 voti.

Da parte mia l’augurio di un buon lavoro alla nuova maggioranza e al nuovo Sindaco, con l’auspicio che la futura azione amministrativa sia connotata da costante trasparenza e sia sempre indirizzata verso l’obiettivo vero: migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini, in ogni senso. Alla futura opposizione (ruolo a mio avviso importantissimo), tanti auguri di buon lavoro di controllo costante e impegno propositivo, sempre dalla parte dei cittadini.
Comunque, io sarò sempre qui a vigilare con immutato senso civico su tutto ciò che accadrà nella nostra Melendugno, continuando ad essere (anche grazie a questo blog) baluardo dei diritti e dei doveri dei cittadini, dei loro bisogni e della verità.

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Varata la nuova Giunta Comunale:
- Mauro Russo (vicesindaco, deleghe al Patrimonio, Affari Generali, Servizi Tecnologici, Sviluppo del Territorio, Decoro urbano)
- Luigi Serino (Politiche Sociali)
- Antonio Durante (Lavori Pubblici, Urbanistica, Edilizia Residenziale Pubblica)
- Niceta Corvino (Organizzazione degli Uffici e dei Servizi, Personale, Politiche Comunitarie)
- Fabio Bufano (Bilancio, Controllo interno di Gestione, Attività Produttive)
- Annaelisa Prete (Politiche Culturali, Pubblica Istruzione, Archivio e Biblioteca)

Assessori dell’Unione dei Comuni:
- Luca Dima
-
 Maurizio Cisternino 
Essi ricevono inoltre delle deleghe speciali da Consiglieri Comunali. Il primo si occuperà di Tutela dell’Ambiente e delle Energie Rinnovabili. Il secondo si occuperà di Vigili Urbani, Sport, Attività Turistiche e Commerciali, Spettacoli estivi nelle marine.
Un’altra delega speciale è quella alle Politiche Giovanili, affidata al Consigliere Simone Dima.

Presidente del Consiglio Comunale sarà Alberto Mangiacavallo (figura nuova per Melendugno, finora era stato il Sindaco a dirigere i lavori del Consiglio Comunale). Invece il Capogruppo di Maggioranza in Consiglio sarà Sandro Potenza.

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